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Etna: ecco perché le colonne di fumo

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Etna: ecco perché le colonne di fumo

martedì 25 Luglio 2017 - 02:00
Etna: ecco perché le colonne di fumo

Uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Ingv di Pisa, che hanno analizzato quattro violenti episodi esplosivi. Fasi a bassa energia, poi ceneri alte chilometri: è dovuto a due diverse composizioni del magma

CATANIA – La transizione tra attività stromboliana a bassa energia, tipica dell’attività sommitale dell’Etna, e le fasi parossistiche, che producono colonne sostenute di chilometri di altezza, potrebbe essere modulata dalle proporzioni relative all’interno del condotto fra magma molto cristallino e ad alta viscosità e magma poco cristallino e più fluido. La prevalenza del magma ricco in microliti favorisce la frammentazione di tipo fragile e produce colonne eruttive più alte. In questo processo, il magma, più ricco in gas ma povero di microliti, fa da propellente all’eruzione.
Sono i risultati dello studio “Magma dynamics within a basaltic conduit revealed by textural and compositional features of erupted ash: the December 2015 Mt. Etna paroxysms”, condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) della sezione di Pisa.

Il lavoro sulla composizione della cenere vulcanica dell’Etna è stato recentemente pubblicato su Scientific Report di Nature.

“Sono stati analizzati i dati relativi ai quattro violenti episodi esplosivi che hanno interessato il cratere più antico dell’Etna, Voragine, nel dicembre 2015”, afferma Massimo Pompilio, ricercatore Ingv e primo autore della pubblicazione. Le colonne eruttive, alte fino a 15 chilometri sul livello del mare, prodotte da questa attività parossistica, hanno emesso ceneri a una distanza anche di 100 km dal vulcano. I prodotti dei quattro eventi sono stati campionati sui fianchi dell’Etna a una distanza variabile tra i 6 e i 14 km dal cratere. Le analisi e le misure sono state realizzate con microscopi ottici ed elettronici a scansione collegati a un sistema di microanalisi in grado di eseguire misure su porzioni di clasto dell’ordine di pochi micron.
“I risultati ottenuti – spiega Pompilio – non solo hanno permesso di comprendere cosa succede nel condotto vulcanico durante ogni singola eruzione parossistica, ma anche di tracciare i movimenti del magma durante l’intero periodo eruttivo. Da qui la dimostrazione che all’interno del condotto coesistono sia un magma povero in gas e ricco di piccoli cristalli, inferiori a 100 micron, detti microliti, sia un magma povero di microliti e più ricco di gas. La quantità e la forma dei microliti, insieme alla composizione del vetro – conclude il ricercatore – hanno un forte controllo sulla viscosità del magma stesso”.

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