Sicilia "a dieta" con i turisti del gusto - QdS

Sicilia “a dieta” con i turisti del gusto

Adriano Agatino Zuccaro

Sicilia “a dieta” con i turisti del gusto

martedì 12 Marzo 2019 - 05:00
Sicilia “a dieta” con i turisti del gusto

Rapporto sul turismo enogastronomico 2019: la Trinacria è la più desiderata dagli italiani ma solo 22.000 imprese di ristorazione e 36 ristoranti d’eccellenza (51.000 e 161 in Lombardia). Nonostante 33 prodotti tra Dop, Igp, Stg siamo indietro per numero di agriturismi, birrifici, frantoi

La Sicilia è la regione italiana più desiderata dagli italiani in viaggio nel comparto del turismo enogastronomico. La città più desiderata è Napoli, al quinto posto Palermo. Lo certifica il Rapporto sul turismo enogastronomico italiano 2019 che, di fronte ad un indubbio appeal della nostra Isola, sottolinea anche un ritardo in termini di imprese di ristorazione attive nel 2017 rispetto agli altri competitor nazionali: oltre 51 mila imprese in Lombardia, 37 mila nel Lazio e appena 22 mila in Sicilia. Il numero di ristoranti di eccellenza segnalati sulle principali guide nell’edizione 2019 vede ancora primeggiare la Lombardia: 161 imprese (pari al 18 % del totale nazionale), segue il Veneto: 87 (10 %) e il Piemonte: 81 (9 %). La Sicilia ne ha 36 (4 % in Italia). Le potenzialità inespresse non terminano qui.
Le aziende agrituristiche registrate nell’anno 2017 sono in Toscana 4.568 (20% del totale nazionale), in Trentino Alto Adige 3.651 (16%), in Lombardia: 1.637 (7%), in Sicilia 858 (4%). Per ciò che attiene ai Micro-birrifici e brew pub, il primo posto va alla Lombardia: 105 micro-birrifici e 32 brew pub, secondo il Piemonte: 62 micro-birrifici e 18 brew pub, terzo il Veneto: 56 micro-birrifici e 18 brew pub. La Sicilia conta 38 micro-birrifici e 6 brew pub.
Altro indicatore importante è il numero di frantoi che vede in testa la Puglia con 902 (20% del totale nazionale), seguono Calabria: 692 (15%) e Sicilia: 569 (12%).
Sul fronte dei prodotti agroalimentari ad Indicazione Geografica registrati nel 2018 il titolo di regina d’Italia va all’Emilia Romagna con 45 prodotti, di cui 18 Dop, 25 Igp, 2 Stg, segue il Veneto con 38 prodotti, di cui 18 Dop, 18 Igp e 2 Stg, terza la Lombardia con 36 prodotti, di cui 20 Dop, 14 Igp e 2 Stg, la Sicilia è al quarto posto con 33 prodotti agroalimentari ad Indicazione Geografica: 17 Dop, 14 Igp e 2 Stg.
La Sicilia, dunque, attira l’interesse dei turisti e può vantare un buon numero di eccellenze agroalimentari che però non sempre vengono trasformate in ricchezza per l’Isola al fronte di un numero di aziende del settore inferiore ai competitor del Nord del Paese.
Far crescere l’enogastronomia significa intercettare un importante driver di viaggio. Se nel 2016 le ricerche avevano evidenziato il 21% degli italiani in viaggio interessati a questo tipo di turismo, con un incremento, nel 2017 al 30%, nel 2018 questo valore è ulteriormente cresciuto. Ben il 45% dei turisti italiani negli ultimi tre anni, ha svolto un viaggio con questa motivazione, con un aumento del 48% rispetto all’anno precedente.
Nel corso degli ultimi anni il ruolo dell’enogastronomia nel turismo è profondamente cambiato, sia sul fronte del comportamento dei turisti, sia su quello dell’offerta. Pur essendo una proposta relativamente recente rispetto ai tradizionali segmenti, il turismo legato a cibo e vino è andato rafforzandosi e articolandosi facendo registrare numeri sempre in crescita. Aumenta la fruizione di esperienze a tema enogastronomico, che diventano patrimonio comune, con il 98% dei turisti italiani che, a prescindere che si muovano per turismo balneare, di montagna o per business, ha partecipato ad almeno una attività di questo genere nel corso di un viaggio.
È questo l’incipit del “Rapporto sul turismo enogastronomico italiano 2019” realizzato da Roberta Garibaldi, professoressa presso l’Università degli studi di Bergamo e con il patrocinio del ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo, di Enit-Agenzia nazionale del turismo, Federculture, Ismea, Fondazione Qualivita e Touring Club Italiano, oltre ad aver visto la collaborazione di docenti di università italiane ed esperti del settore.
“Abbiamo analizzato il gradimento delle varie tipologie di offerta e i motivi che limitano la partecipazione. Vi sono molti dati positivi, ma dalle analisi svolte emerge – ammette la professoressa – che ci sono ancora spazi di miglioramento, in termini sia di organizzazione sia di fruibilità: il patrimonio enogastronomico italiano è una leva che può ancora esprimere molte potenzialità, attraverso processi territoriali di valorizzazione”.

I ritardi dell’Isola secondo Giuseppe Strano, presidente dell’associazione Agriturist Sicilia
La Sicilia è la regione italiana più desiderata dagli italiani in viaggio nel comparto del turismo enogastronomico. Quali sono le ragioni di tale appeal?
“La Sicilia è storicamente terra accogliente nella quale si respira un’aria di spessore storico stratificato ed armonizzato. Inoltre la varietà del territorio da sempre offre un’ampia gamma di prodotti che elaborati dalle antiche gastronomie dei vari popoli presenti nel corso dei secoli ne permettono un utilizzo ampio e spesso fantasioso”.
Nell’Isola c’è però un ritardo in termini di imprese di ristorazione attive nel 2017 rispetto agli altri competitor nazionali. Perché? Un bilancio del 2018?
“Le cifre in realtà sono in linea con le differenze di sviluppo delle imprese in generale. La produzione complessiva di ricchezza della Sicilia è inferiore di quella delle regioni del Nord e la sua distribuzione produce un reddito pro-capite minore con la conseguente riduzione delle imprese di servizi come la ristorazione e i flussi turistici non sono sufficienti a colmare tali differenze. Per i dati in nostro possesso il 2018 non è stato un anno particolarmente ricco, ad eccezione di Palermo città della Cultura, il resto della Sicilia ha registrato stabilità dei flussi. In realtà questi grandi eventi, come anche l’Expo, al di là di quanto viene promesso, non espandono i loro benefici ai territori circostanti, anzi spesso li ‘prosciugano’”.
Quali strategie dovrebbero intraprendere gli imprenditori siciliani dei settori menzionati per ridurre il gap con le regioni del Nord del Paese?
“Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito al crescere delle piccolissime, piccole e medie strutture ricettive e ristorative mentre i grandi complessi mostrano forti segnali di crisi. Il modello dello sviluppo turistico è cambiato a vantaggio di una maggiore distribuzione sul territorio. Ciò comporta una maggiore difficoltà ad attirare capitali esteri per l’investimento nel settore il cui sviluppo è affidato principalmente all’economia ed imprenditoria locale. Ma questa, da sola, non potrà mai colmare i Gap poiché per rendere competitivo un territorio, soprattutto così vasto, è necessario uno Stato che produca infrastrutture, servizi ed efficienza. Abbiamo collegamenti ferroviari paleolitici, stradali aleatori, assistenza sanitaria scadente, ed una burocrazia arrogante, ferrugginosa e lenta. In ogni caso anche gli investimenti stranieri richiedono un’efficienza ancora da costruire”.

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