Disagi nelle carceri siciliane, "criticità che ledono i diritti umani" - QdS

Disagi nelle carceri siciliane, “criticità che ledono i diritti umani”

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Disagi nelle carceri siciliane, “criticità che ledono i diritti umani”

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venerdì 05 Novembre 2021 - 08:00

Il Presidente di Antigone Sicilia Pino Apprendi ha visitato, da poco, gli istituti penitenziari di Caltanissetta, Sciacca e Trapani. Ecco cosa ci ha detto

Lo Stato è più forte non quando dimostra sopraffazione ma attraverso il rispetto, fornendo spazi e servizi che non ledano la dignità umana. In questo momento pesa più che mai l’assenza e l’inadeguatezza dello Stato nel gestire un carcere moderno.

Antigone, associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema
penale”, è nata alla fine degli anni ottanta nel solco della omonima rivista
contro l’emergenza promossa, tra gli altri, da Massimo Cacciari, Stefano Rodotà
e Rossana Rossanda. Il Presidente di Antigone Sicilia è Pino Apprendi e lo
abbiamo incontrato pochi giorni dopo le sue visite presso gli istituti
penitenziari di Caltanissetta, Sciacca e Trapani per fare il punto sulla situazione
carceraria nell’isola.

Presidente, pensava peggio o pensava
meglio?

Io
ho sempre avuto del carcere, in generale, una valutazione che, da 1 a 10,
difficilmente superava il 5. Devo però dire che questa opportunità di andare a
visitare le carceri, o meglio, gli istituti penitenziari di Caltanissetta,
Sciacca e Trapani, mi ha restituito una visione particolarmente negativa.
Diciamo che il nostro obiettivo era verificare le condizioni carcerarie pre e
post Covid. Sinceramente non pensavo di trovare una situazione migliore ma,
nonostante tutto, non mi aspettavo un così grande abbassamento della qualità
complessiva del sistema perché si sono di nuovo aggiunte nuove problematiche
che, prima della pandemia, pensavo fossero superate come ad esempio quella
della mancanza di volontari all’interno delle strutture. È evidente che stiamo
parlando d’istituti insiti nelle piccole province della Sicilia, non stiamo
parlando della situazione palermitana, ma sono rimasto sorpreso che a Trapani o
a Sciacca o a Caltanissetta, per esempio, sia difficile trovare volontari che
siano disponibili a operare all’interno delle strutture carcerarie e, ritengo,
questo non sia solo un effetto collaterale della pandemia ma che, purtroppo, si
sia in presenza di un vero e proprio degrado culturale.

La gestione della pandemia ha acuito i
problemi?

Negli
istituti che abbiamo visitato, devo dire, non si sono verificate criticità
eccessive, a proposito della pandemia, anche grazie all’azione puntale dei
dirigenti delle strutture ma purtroppo emerge in maniera evidente
l’indisponibilità di medici e infermieri. È evidente che si tratta di servizi
essenziali alla persona, dei quali non si può fare a meno, e soprattutto di
diritti che alle persone vengono così negati.

Quali sono le principali criticità rilevate
durante le visite che avete fatto?

È
stata la prima volta che visitavo il carcere di Sciacca. Questo istituto, come
quello di Caltanissetta, ha palesi problematiche strutturali e questo evidenzia
l’assenza dello Stato. Parliamo, in entrambi in casi, d’immobili che risalgono
ai primi anni del secolo scorso con vincoli da parte della Sovraintendenza, con
evidenti problematiche di ammodernamento e di adeguamento quindi inadatti a
ospitare persone. Ti basti pensare che, all’interno della struttura di
Caltanissetta, le sale destinate ai colloqui, in effetti, non sono due sale nel
senso più tradizionale del termine ma due container. Non sempre, nelle
strutture carcerarie, c’è un impianto di riscaldamento adeguato e se l’edificio
“soffre” d’infiltrazioni di umidità la situazione ambientale e sanitaria
peggiora. Come dicevo prima a questo si somma la scarsezza di personale medico
e infermieristico, l’impossibilità di poter effettuare, in loco, visite
specialistiche se non con tempi di prenotazione lunghi. So perfettamente che
questo succede anche al cittadino comune ma, mentre per gli ospiti delle
strutture carcerarie non esiste nessuna alternativa, per il cittadino, in caso
di urgenza, è sempre possibile rivolgersi a specialisti non convenzionati.

Quindi possiamo dire che la condizione
carceraria è peggiorata?

Di
fatto, la situazione complessiva è peggiorata a causa delle evidente latitanza
dello Stato che non garantisce il diritto alla salute ai detenuti. La normativa
è cambiata, lo Stato ha la competenza strutturale dell’istituto mentre è
competenza regionale quella che riguarda l’assistenza sanitaria ma, di fatto,
la Regione rappresenta lo Stato sul territorio e possiamo dire che è
inadempiente ai suoi compiti.

Questo fa abbassare ancor di più la qualità
dei diritti umani all’interno delle strutture carcerarie?

Assolutamente
sì. Possiamo dire che i detenuti non hanno voce? Sì. Possiamo dire che quando
oltrepassi il cancello automatico dell’istituto perdi parte dei diritti
garantiti dalla Costituzione? Sì. Possiamo dire, inoltre, che in fin dei conti
non sei più considerato “persona”? Ancora una volta, la risposta è sì.

La
situazione viene, per così dire, salvata solo dalla sensibilità individuale del
personale ma, sia la Polizia Penitenziaria sia gli psicologi, gli assistenti
sociali e finanche lo stesso Direttore, lavorano troppo spesso senza gli
strumenti necessari per affrontare il quotidiano. Non è un caso che, più volte,
la Corte Europea ci abbia ripreso e sanzionato.

Capitolo
a parte, invece, è quello relativo alla popolazione carceraria
extra-comunitaria che rappresenta circa il 18%. Queste persone vivono in una
situazione “più disgraziata” rispetto ai detenuti italiani perché non ricevono
visite, non hanno un supporto familiare esterno, parlano un’altra lingua e,
ancor più grave, non hanno i mediatori culturali. Questo si va a scontrare con
la realtà degli agenti di Polizia Penitenziaria che, spesso, non capiscono la
lingua e quindi non sono in grado di rispondere alle più banali esigenze.

Bisogna lavorare, quindi, per far diminuire
numericamente i detenuti?

Ci
scontriamo con il costante fenomeno di sovraffollamento e le misure alternative
al carcere rappresentano non solo una possibilità di “alleggerimento” ma, altro
fatto importante, la possibilità di evitare che il periodo di detenzione
diventi la cosiddetta “scuola di vita”, la palestra per poter, una volta
usciti, continuare a delinquere. Perché non è possibile pensare, concretamente,
a un alleggerimento della permanenza carceraria creando pene alternative?
All’interno delle strutture, ad esempio, abbiamo circa il 30% della popolazione
carceraria che è composto da tossicodipendenti e da piccoli spacciatori.
Davvero pensiamo che la possibile legalizzazione della cannabis, oltre a
togliere economie alla criminalità organizzata, non possa anche ridurre la
popolazione carceraria?

Quindi il famoso concetto di
“riabilitazione” è stato ulteriormente penalizzato dalla pandemia?

Si è
trattato d’interventi a macchia di leopardo. Sono gli uomini che portano avanti
i progetti. In alcune strutture ci sono direttori “illuminati” in altre no.

Durante
la pandemia molti istituti hanno interrotto la formazione in presenza
utilizzando la cosiddetta DAD ma altri la hanno sospesa e basta, sia quella di
alfabetizzazione sia quella di specializzazione ai mestieri. Alcuni detenuti
che dovevano conseguire la specializzazione triennale o quinquennale sono stati
costretti a “perdere” un anno formativo e, quindi, a rinviare il loro percorso.

Ha riscontrato interesse per questa
attività formative?

Dentro
le strutture ho trovato un particolare interesse da parte degli ospiti, in
maniera specifica, nei confronti della formazione professionale riguardante il
settore alberghiero. Lo vedono come un possibile sbocco lavorativo che, dal
punto di vista del piano di studi, è alla loro portata.

Detenuti e personale della Polizia
Penitenziaria respirano la stessa aria, la stessa ”Aria ferma”, come recita il
titolo del recente film di
Leonardo
Di Costanzo.

È un
dato che dobbiamo avere sempre presente. Come Antigone ci occupiamo dei diritti
dei detenuti, per ruolo istituzionale. Mi rendo conto, però, della difficoltà
dei direttori, degli operatori e della Polizia Penitenziaria. Rappresentano
l’ultimo miglio dell’autostrada della giustizia ed è quello più debole. È su in
questo “ultimo miglio” che si scatenano tutte le tensioni come la mancanza del
colloquio o della visita medica, il medicinale che non arriva, la risposta alle
varie istanze che tarda.

È
evidente che l’agente di Polizia Penitenziaria, che vive nel carcere otto ore
al giorno, spesso con il turno di notte, in solitaria, è un elemento fragile
che ha passato gran parte della sua vita in carcere spesso in una situazione di
conflitto con il detenuto, che ha mille problemi personali che scarica sul
primo che incontra trasformando, inevitabilmente, il rapporto in conflitto, purtroppo
anche fisico. Siamo in presenza di piante organiche non sempre adeguate e sotto
dimensionate che costringono gli agenti di Polizia Penitenziaria a lavorare in
condizioni appena sufficienti. In questo particolare momento in Sicilia,
inoltre, mancano diversi direttori titolari delle strutture. Ad esempio il
direttore di Trapani è anche il direttore dell’Ucciardone (l’istituto
penitenziario di Palermo, ndr), quello di Caltanissetta segue anche Catania,
quello di Sciacca è anche dirigente all’Ucciardone. Questo limita moltissimo la
progettualità e la capacità di lavorare su interventi di lungo periodo e di
grande respiro. Purtroppo, ancora una volta, dobbiamo evidenziare grande
disinteresse dello Stato nei confronti del “problema carceri” e quindi della
popolazione carceraria. Gli stessi organi di stampa non danno la visibilità
necessaria a quanto succede nelle carceri se non quando si esaltano i conflitti
e si trasformano in episodi violenti.

Se
l’attività trattamentale funziona bene all’interno della struttura e se ne
godono subito i vantaggi, soprattutto è fondamentale nel momento in cui il
detenuto riacquista la libertà perché il carcere deve essere rieducativo, non
peggiorativo della propria condizione.

Qual è la posizione di Antigone nei
confronti del cosiddetto “ergastolo ostativo”, oggetto di condanna da parte
della Corte Europea
dei
Diritti dell’Uomo?

Dobbiamo
avere la capacità di distinguere tra il sentimento personale e le leggi. Se la
legge prevede che ci sia una condanna comminata da un tribunale, si tratta di
una condanna che prescinde dalla coscienza, che è l’applicazione di una norma.
La legge va rispettata, non devono esistere tentennamenti poi, purtroppo, il
populismo è sempre in agguato e troppe persone cadono nella trappola. È
necessario piuttosto lavorare per cambiare una legislazione che può rivelarsi
inadeguata, non più coerente con gli obiettivi di questa società ma i diritti
umani devono essere un caposaldo sul quale non si può mediare verso il basso.

Prossimi interventi di Antigone sul territorio
siciliano?

Prossimamente
visiteremo gli istituti “Bicocca” e “Piazza Lanza” a Catania e quello di
Caltagirone dal quale mi sono arrivate segnalazioni riguardanti la pessima
situazione carceraria.

In chiusura…

Lo
Stato è più forte non quando dimostra sopraffazione ma attraverso il rispetto,
fornendo spazi e servizi che non ledano la dignità umana. In questo momento
pesa più che mai l’assenza e l’inadeguatezza dello Stato nel gestire un carcere
moderno.

Roberto Greco

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