Figli? No grazie. Il tramonto del mito della paternità - QdS

Figli? No grazie. Il tramonto del mito della paternità

Patrizia Penna

Figli? No grazie. Il tramonto del mito della paternità

martedì 11 Dicembre 2012 - 10:00
Figli? No grazie. Il tramonto del mito della paternità

Francesco Bergamo, giornalista ed esperto di demodoxalogia: “Un mix di egoismo ed esibizionismo”. Ribellione al modello patriarcale o individualismo sfrenato: dibattito aperto

ROMA – “Gli uomini (…) da giovani, vengono preparati a una professione e il matrimonio non è considerato l’elemento centrale della loro vita; mentre per le donne, non vi è altro disegno per cui affinare le proprie facoltà”: così scriveva Mary Wollstonecraft verso la fine dell’Ottocento nella sua celebre opera “A Vindication of The Rights of Women. Dunque, la fatidica frase pronunciata dall’uomo “Non sono ancora pronto”, in riferimento a matrimonio e prole, non dovrebbe poi scandalizzarci più di tanto.
Sulla paternità, però, sembrerebbe che gli uomini non vogliano più semplicemente “temporeggiare” in attesa di maturare la consapevolezza di voler diventare genitori: di fare i papà non ci pensano neanche. Nasce così il “movimento dell’orgoglio dei maschi senza figli” che ha di fatto sancito il tramonto del mito della paternità. E non parliamo solo degli ormai arci-noti bamboccioni, o di quei quarantenni con la sindrome di Peter Pan che trascorrono il tempo tra aperitivi e futili divertimenti, ma di un movimento intellettuale mondiale, rigorosamente childfree, il cui “padre” (si fa per dire) è lo scrittore belga Théophile de Giraud, autore di un vero e proprio manifesto anti-natalista.
L’Istat ha più volte fotografato il cambiamento: non solo ci si sposa meno o comunque sempre più tardi, ma negli ultimi vent’anni gli italiani non ancora padri oltre i 35 anni sono più che raddoppiati. Colpa della crisi? Macché: scelta pure e consapevole quella di non procreare, almeno così sembrerebbe.
La domanda sorge spontanea: perché un rifiuto così netto? Lo abbiamo chiesto a Francesco Bergamo, giornalista embedded e studioso di demodoxalogia. Le risposte possono essere molteplici ma sono secondo tutte riconducibili ad una sorta di ribellione a quel modello patriarcale trasmesso per secoli di generazione in generazione e che nella società odierna, globale e disinibita, appare quanto mai anacronistico?
“Più che anacronistico direi consumistico. Sono convinto che gli Italiani non facciano figli perché distratti dai beni di largo consumo e dai divertimenti. Risulta incredibile pensare che in un Paese come il nostro, dunque con tutti i vantaggi che abbiamo in termini di tenore di vita, non ci sia spazio per i figli. Infatti nei paesi poveri questo problema non c’è assolutamente. Credo che il calo sia dovuto ad un mix di egoismo ed esibizionismo, perché fare figli significa limitare fortemente la propria libertà personale e con un aumento di responsabilità vertiginoso. Certo, abbiamo problemi per trovare posto negli asili, ma non è un buon motivo per non fare figli. La cultura del single, possibilmente lontano da casa per scelta, è deleteria. In Italia ci sono i “bamboccioni”, ma lo sono un po’ per scelta e un po’ per necessità. Vede, una volta una persona mi disse: “Avere un lavoro precario limita fortemente e con i pochi soldi che ho penso solo a divertirmi, visto che non mi bastano per vivere decorosamente”. Ma questa tesi fa acqua da tutte le parti. Ricordo sempre che gran parte dei paesi del Terzo Mondo fanno figli anche se stanno economicamente peggio di noi. Sono convinto che la scelta consapevole di non procreare sia, nella maggior parte dei casi, solo una grossa bugia per mascherare il proprio egoismo”.
Secondo Lei, le regioni del Sud e la Sicilia in particolare, conservano ancora l’impronta tradizionalista e possono dirsi “immuni” da questa sorta di emancipazione maschile dal modello patriarcale oppure la vecchia storia della “mentalità” conservatrice meridionale è anch’essa divenuta anacronistica?
“È solo questione di tempo. Prima o poi l’eccessivo consumismo arriverà anche in Sicilia. È vero comunque che l’ambiente di riferimento gioca un ruolo importante nella formazione dell’uomo che vuole fare figli. Avere una famiglia che aiuta anche economicamente e che garantisca una risposta in termini di “parcheggio” del figlio fin che si va a lavorare in modo da risparmiare soldi della baby sitter è una fortuna che le famiglie italiane garantiscono finché ci sono i nonni che sono ancora in grado di farcela. Sposandosi tardi i figli arrivano tardi e spesso unico e i nonni sono troppo avanti con l’età per dare un aiuto. È tutta una catena. Tutto parte dal fatto che siamo bombardati dalla pubblicità che porta all’individualismo sfrenato. Manca l’equilibrio. La società è ormai preda del consumismo e sta andando verso la cristallizzazione di se stessa. Basta guardare i cartoni animati: sono in gran parte violenti o comunque non sono più incentrati sul dialogo, ma sull’annientamento dell’avversario. I supereroi dei bambini altro non fanno che stimolare l’individualismo: devo vincere, devo annientare, devo essere il primo! Anche avere la disponibilità di fare acquisti nei grossi centri commerciali (ma non è colpa loro) ha un certo peso sulle nascite. Strano, vero? Eppure l’eccessiva abbondanza porta all’egoismo: il fatto di potersi permettere quasi tutto quello che ha un milionario, fa sentire sopra le righe e fa perdere il contatto con la natalità. È più facile che la gente divida da povera che immersa nel benessere. Fare figli significa dividere tutto. Ritorno ai paesi del Terzo Mondo: non hanno nulla ma continuano a fare figli!”

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