Mandare a casa i precari-raccomandati - QdS

Mandare a casa i precari-raccomandati

Carlo Alberto Tregua

Mandare a casa i precari-raccomandati

giovedì 10 Gennaio 2013 - 00:00

Basta privilegi rispetto ai disoccupati

Ritorniamo sulla questione dei precari-raccomandati-privilegiati perché nessuno di essi ci ha scritto negando il peccato originale: essere entrati nelle amministrazioni regionali e locali per raccomandazione, non essendo stati subordinati a una qualunque selezione anche costituzionale, cioè concorsuale.
La domanda conseguente è perché, dunque, debbano permanere abusivamente in quei posti per i quali altri 250 mila siciliani non hanno potuto concorrere, in quanto non chiamati in base alla raccomandazione.
Ecco la questione di equità e di equilibrio che poniamo in tutta chiarezza al presidente della Regione e al presidente dell’Ars affinchè respingano con decisione le inique richieste di tali precari e portino all’opinione pubblica siciliana il vergognoso comportamento di un ceto politico che, pur di formarsi galoppini e raccoglitori di voti, ha rimpinguato la pubblica amministrazione di persone non selezionate.

Intendiamoci, l’argomento che proponiamo da trent’anni non ha nulla di personale nei confronti dei precari-raccomandati-privilegiati. Fra essi vi è una maggioranza di brave persone che si è fatta una competenza e che sono meritevoli. Ma non si può andare in paradiso senza avere mondato il peccato originale attraverso il battesimo. Fuor di metafora, non si può entrare nella pubblica amministrazione se non si è fatto il concorso pubblico come prescrive l’art. 97 della Costituzione, che è ineludibile.
Chiarita una volta per tutte la questione morale che sta alla base dell’iniqua differenza fra i precari-raccomandati-privilegiati e tutti gli altri sfortunati siciliani, vi è una seconda questione non meno importante: tutti costoro servono alla produzione di servizi regionali e locali?
Nessuno può rispondere a questa domanda per una ragione semplicissima: non esistono i Piani aziendali nè della Regione nè dei singoli Comuni. Essi non sono mai stati compilati nelle loro parti essenziali (programmazione, organizzazione, gestione e controllo), per la semplice ragione che se così si fosse operato non era possibile dar luogo all’intrusione nelle pubbliche amministrazioni di tanta gente superflua alla produzione dei servizi.
Cioè non servivano!

Vi è una terza questione riguardante i precari-raccomandati-privilegiati. Tutte queste persone non solo consumano risorse finanziarie non indifferenti, ma creano costi addizionali perché la loro presenza negli uffici comporta maggiori superfici con i relativi affitti, suppellettili, computer, consumo di energia, maggiori spese condominiali, spese di pulizia e via enumerando.
Quanti risparmi si potrebbero fare a parità di servizi erogati, anzi forse migliorandoli, se i precari cessassero naturalmente il loro rapporto di lavoro ed eventualmente si mettessero a concorso figure professionali effettivamente necessarie alle amministrazioni pubbliche.
In periodo di vacche magre non c’è più spazio per clientelismi e favoritismi. è necessario che i direttori generali dei dipartimenti regionali e dei dipartimenti comunali siano responsabilizzati al massimo, in modo da osservare una rotta precisa utilizzando le risorse professionali e finanziarie strettamente necessarie per gli obiettivi da conseguire.

Solo raggiungendo i risultati, ai dirigenti generali può essere dato il premio in quanto meritato. Lo sconcio del governo Cuffaro che a fine anno deliberava l’erogazione di premi pur in assenza dei risultati deve finire perché i siciliani non possono più sopportare pagamenti a babbo morto.
La questione che affrontiamo è di interesse generale e non indichiamo una strada che comporta l’abusata frase macelleria sociale. Se c’è stata macelleria sociale si è verificata quando i politicanti, in questi sessant’anni, hanno fatto entrare nelle pubbliche amministrazioni i loro raccomandati decretando l’emarginazione di tutti gli altri siciliani. Comportamento di cui il ceto politico dovrebbe vergognarsi, anche se fa finta di niente.
Ma la Santa crisi ha messo a nudo questi comportamenti deteriori e ora non c’è più spazio per erogare centinaia di milioni di euro che costituiscono una mera assistenza.
Il ministero ha bloccato l’aumento dell’Irpef regionale che serviva a tappare i buchi. Non è strozzando i siciliani che la Regione può continuare a favorire i raccomandati.

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