Agricoltura, a Sud risorse per ripartire - QdS

Agricoltura, a Sud risorse per ripartire

Anna Maria Verna

Agricoltura, a Sud risorse per ripartire

sabato 06 Aprile 2013 - 07:00

Forum con Mario Guidi, presidente nazionale Confagricoltura

Come può l’agricoltura di un paese così vario come l’Italia diventare uno dei motori della ripresa economica?
“L’agricoltura è vista oggi come un settore marginale. La vera sfida è quella di trasformarla in elemento di centralità per lo sviluppo economico del paese, inserendo anche il settore agricolo in un contesto di valorizzazione delle imprese. Oggi le imprese agricole sono infatti diventate molto più simili a quelle di qualsiasi altro settore.
Per l’agricoltura sono necessarie meno politiche di settore e più politiche di sistema, e ciò vale dalla Valle d’Aosta alla Sicilia. È finito il periodo in cui l’agricoltura poteva essere sussidiata, perché sono finiti i soldi. Il sistema agricolo è d’altronde un sistema che per lungo tempo è stato sostenuto al di là della propria efficienza (un pizzico di autocritica lo possiamo fare…). Oggi deve, invece, proiettarsi in una dinamica competitiva.
Guardando alla Sicilia in particolare, uno dei problemi che affligge il settore è lo scarso aggregazionismo tra gli operatori del comparto ma, oggi, non si può pensare di competere in solitario in un mercato globale così complesso senza creare le masse critiche sufficienti per fare un export significativo, sia sul continente che a livello extra-europeo, soprattutto se ci si trova in una posizione logisticamente svantaggiata. La Sicilia è una terra bellissima dal punto di vista agricolo e può contare su un clima favorevole. Il suo difetto è stato finora una carenza nella delocalizzazione. Ma oggi la delocalizzazione non conta più ai fini dell’esportazione verso i mercati emergenti, pertanto tale carenza non rappresenta più un gap se ci si proietta verso il mercato globale. Purtoppo la Sicilia ha ancora la tendenza a mantenere una visione ‘piccola’ della propria agricoltura”.
Una Confederazione nazionale, avendo uno sguardo d’insieme su tutta la realtà italiana, potrebbe tentare di creare un’osmosi riequilibratrice fra le varie zone?
“Recentemente, nel corso di una mia visita in Sicilia, ho cercato di spiegare la visione della Confederazione. Abbiamo fatto una ricerca, non tanto tempo fa, presentata alla LUISS, su quello che noi definiamo agro network, ossia un modello di visione diverso dell’agroalimentare che comprende tutti i soggetti che sono all’interno della filiera con una visione di strategia di mercato e non di settore. Se noi ragioniamo solo in termini agricoli siamo piccoli e non andiamo sul mercato. Se ragioniamo in termini di agroalimentare aggiungiamo la componente prodotto. In quell’occasione abbiamo detto che l’Italia può ripartire proprio dal Sud. Occorre investire nel Sud e sull’agricoltura o meglio sull’agroalimentare, che ha le migliori chance di sviluppo se, naturalmente, è accompagnato dall’innovazione.
La Sicilia, dal punto di vista agricolo, non è affatto una regione con handicap; anzi ha tanti plus solo che, purtroppo, non sempre vengono sfruttati. Con i cambiamenti climatici, poi, oggi non c’è più nemmeno il problema della carenza di risorse idriche”.
In una grande Confederazione ci potrebbe essere un effetto traino?
“Il nostro programma parte proprio dall’indirizzare al Sud i progetti e, quindi, le risorse per ripartire da lì. Non risorse distribuite a pioggia che non hanno più senso e non sono oggi più tollerabili ma progetti mirati a creare occupazione lavoro e sostenibili nei confronti del mercato. Le produzioni agricole della Sicilia sono soggette all’aggressione del Marocco e del Nord Africa a seguito dell’accordo UE–Marocco ma non è sufficiente fermarsi a dispiacersi per questi accordi. Il mondo cui le produzioni agricole siciliane si possono riferire è molto più grande ed è molto più remunerativo che non l’Italia. È questo un po’ il difetto che io trovo nei colleghi della Sicilia: aver pensato e pensare in piccolo”.
Una grande Confederazione potrebbe avere un effetto di moral suasion per creare consorzi, riunire piccoli imprenditori, ma anche nel migliorare i sistemi di trasporto…
“Certo. Quest’ultimo è un punto importantissimo visto che, paradossalmente, si fa prima ad andare a Dubai che venire a Taormina. Sembra che non sia un problema agricolo e invece lo è”.
Le Regioni cosa possono fare?
“Oggi il valore di un prodotto si sta spostando dal prodotto all’immagine. Un prodotto che viene venduto nel mondo con l’immagine del ‘Made in Italy’, o del ‘Born in Sicily’, ha un vantaggio competitivo. Molto più il primo che il secondo, anche se nel panorama italiano la Sicilia ha un alto livello di riconoscibilità. Un esempio è il settore del vino in cui abbiamo dato vita, con l’aiuto della Confederazione, alla Doc Sicilia, un progetto ormai sulla linea di partenza. Occorre ripartire dal Sud, dall’agroalimentare, ma farlo attraverso processi di aggregazione, di concentrazione dell’offerta che non vuol dire diventare grandi, vuol dire avere offerte mirate al mercato, anche piccolo, scelto come bersaglio”.
Qual è, allora, la soluzione?
“La vecchia soluzione era chiedere soldi pubblici per coprire l’inefficienza. Oggi la soluzione è mettersi in rete con altri produttori e realizzare una centrale di fornitura. Serve una Regione che non voglia essere dirigista. Deve solo creare le condizioni favorevoli allo sviluppo delle imprese, riducendo burocrazia e costi e semplificando i processi di affidamento dei fondi per i Piani di Sviluppo Rurale. Sono quasi tutte risorse europee che, però, non vengono spese perché i bandi sono farraginosi, impossibili da realizzare, con tempi troppo lunghi e soldi che arrivano quando l’investimento è già desueto. A ciò si aggiunge la scarsa propensione del sistema delle imprese e delle banche a investire”.



Rilancio, meno politica e più risorse ai giovani

La Confederazione fa un investimento sul futuro puntando sia sull’innovazione che sui giovani?
“Noi stiamo facendo formare da giovani ben preparati i nuovi dirigenti di Confagricoltura. Occorre sostenere i giovani in maniera diversa rispetto a quello che veniva fatto in passato. Abbiamo creato l’Anga che è l’Associazione Nazionali Giovani Agricoltori. Partecipa a un progetto specifico di Confagricoltura e prende parte al Consiglio direttivo. Bisogna che cambiamo approcci in termini di sostegno: deve essere duraturo. Il sostegno all’imprenditoria giovanile deve essere un aiuto ad un’imprenditoria meritocratica”.
E il rapporto con il mondo politico?
“Questa politica non trova in sé le energie morali per ricostituire una proposta all’altezza degli italiani; ragiona in termini di accordo politico. Un governo va fatto per motivi economici perché è di economia che la gente vive. Ciò non è stato sufficientemente tenuto in considerazione. Non parlo di un partito in particolare, parlo di tutto il sistema. Almeno tre cose non sono né di destra, né di sinistra, né di centro. Il pagamento dei debiti alla Pubblica amministrazione. Riattivare un percorso di finanziamento del sistema bancario. Sburocratizzare e semplificare il sistema che è diventato troppo complicato”.
Ci vorrebbero consorzi di servizi per assistere le imprese?
“Le Organizzazioni fanno già questo e lo fanno bene, da tempo. Il problema è l’interfaccia con la Pubblica Amministrazione. Attualmente noi ci carichiamo di una problematica di responsabilità nei confronti degli associati che dipende dalla Pubblica amministrazione: se Agea non paga le risorse della Pac si pensa sia colpa dell’Organizzazione che non ha fatto la domanda. Invece non è vero perché è la P.a. che non è all’altezza. Andrebbe tutto semplificato”.


Green energy, la Sicilia resta ancora indietro

Nel settore della Green Energy, cosa si fa a livello nazionale? Quali prodotti potrebbero sostituire il fossile?
“Abbiamo sottoscritto un accordo con Enel Green Power per la promozione e lo sviluppo soprattutto di piccoli impianti per la produzione di energia. Impianti a ciclo continuo da produzioni secche, quindi a combustione o pirogassificazione, oppure impianti biogas, quando sono presenti liquami e produzioni vegetali molli in grado di produrre fermentazione e quindi biogas. Con una dimensione dell’impianto piccola (300/600 kilowatt) laddove prima si facevano impianti di un megawatt. Questo perché le nuove norme sull’incentivo alla produzione di energia da fonti rinnovabili si sono tarati in quella direzione. La Sicilia ha, ancora una volta, perso un po’ il treno per questo tipo di produzione. Non lo ha perso affatto per la produzione di energia fotovoltaica o di pale eoliche, anche se in tale settore delle rinnovabili ci sono problematiche legate alle discontinuità produttiva. Tutto questo pesa sulla bolletta energetica oltre 6 mld di euro l’anno nelle tasche dei cittadini, occorre dunque evolvere verso processi produttivi che non abbiano bisogno di incentivi energetici”.
Da quale canale potrebbero arrivare contributi per avviare questi progetti?
“Se la Regione Sicilia decide di promuovere una strategia di sviluppo delle energie rinnovabili, per avere un minimo – diciamo così – di autoproduzione, può usare, per esempio, i finanziamenti dei Piani di Sviluppo Rurale”.
Si potrebbe arrivare all’autosufficienza?
“Questo non posso dirlo con certezza. Credo che arrivare all’autosufficienza non sia pensabile, nemmeno in altre Regioni. Comunque ci sono parecchi terreni siciliani che non sono oggi più coltivati o che hanno colture ormai superate che, con il meccanismo del disaccoppiamento dei contributi comunitari, potrebbero essere coltivati per la produzione di energia, creando in questo modo valore”.

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