Impianti industriali Rsu a odore e residuo zero - QdS

Impianti industriali Rsu a odore e residuo zero

Carlo Alberto Tregua

Impianti industriali Rsu a odore e residuo zero

giovedì 09 Maggio 2013 - 00:00

Nelle province col project financing

Il problema dei rifiuti solidi urbani, paradossalmente, è il mancato utilizzo come materia prima per la produzione di biogas, elettricità e teleriscaldamento. Non venendo utilizzati, i rifiuti devono essere ammassati nelle famigerate discariche, che aumentano sempre di volume con enormi danni all’ambiente, alla fauna e ai cittadini.
Le tre grandi discariche di Bellolampo, Mazzarrà Sant’Andrea e Motta Sant’Anastasia sono stracolme, mentre se ne continua a progettare l’ampliamento mediante nuove vasche.
Si tratta di un comportamento dei responsabili istituzionali al tempo stesso idiota e suicida. O hanno gli occhi bendati, o sono di un’ignoranza crassa, o la loro stupidità non ha limiti, ovvero sono corrotti. Non si può pensare ad altre ipotesi, quando basta allungare lo sguardo fuori dalla cinta nazionale per copiare impianti industriali che utilizzano gli Rsu come materia prima, ormai insediati numerosissimi in tutti i Paesi d’Europa e del mondo.

È possibile che il presidente della Regione, Rosario Crocetta, e i suoi assessori all’Ambiente e ai Servizi di pubblica utilità non pensino di prendere l’aereo e di andare a visitare gli impianti di Berlino, Londra, Copenhagen, Oslo o, più vicino, quello di Bellinzona (Svizzera) per vedere come hanno definitivamente risolto il problema amministratori più avveduti di loro? Anche là vi sono ambientalisti, Verdi ed altri che non si classificano “Signor No”, ma che hanno a cuore il buon funzionamento dei servizi pubblici.
Che cos’hanno questi impianti che funzionano così bene? Hanno macchinari e processi industriali di ultima generazione, che consentono di utilizzare gli Rsu per la produzione, ripetiamo, di biogas, energia elettrica e teleriscaldamento.
Il processo produttivo prevede residui massimi nella misura del 3 per cento, nessun odore, né inquinamento ambientale. Prevede investimenti di notevoli dimensioni, in buona parte finanziati con fondi europei, prevede il finanziamento di consorzi bancari, mediante il project financing, con l’assunzione di migliaia di dipendenti. Detto tutto questo, è inspiegabile il comportamento dei responsabili regionali.

Chiariamo subito che gli impianti industriali citati non sono termovalorizzatori né inceneritori, bensì veri e propri stabilimenti con processi industriali finalizzati alla creazione di ricchezza e posti di lavoro, eliminando alla radice le discariche. Non solo, ma i rifiuti ivi accumulati in decenni potrebbero essere via via utilizzati e, quindi, nel corso di un lungo periodo, arrivare alla definitiva bonifica e alla chiusura delle medesime discariche, come sta avvenendo nei Paesi sopra indicati.
Catania, Palermo e Messina sono diventate città metropolitane, il che significa che intorno ai capoluoghi gravitano circa due terzi della popolazione delle province. Esse diventano così il polo per gestire i servizi integrati della città e di tutti i comuni satelliti.
Oltre a trasporti, illuminazione, servizi collettivi di pubblica utilità, che sono stati integrati nella Tares (la nuova imposta che sostituisce Tarsu e Tia), il principale servizio da affrontare è quello della raccolta e utilizzazione (non smaltimento) dei rifiuti solidi urbani. Le città metropolitane dovrebbero subito bandire gare di evidenza pubblica europea per l’impianto industriale relativo.

Ogni impianto di tal genere, in relazione alla sua dimensione, ha un costo di circa duecento milioni di euro. In rapporto alla popolazione che dovrebbe servire, il costo può essere moltiplicato fino al fabbisogno.
Vi è da aggiungere che gli Rsu, che si conferiscono nei magazzini dell’impianto industriale, possono essere differenziati o indifferenziati. Nel primo caso il costo del conferimento è di circa cento euro per tonnellata e, nel secondo caso, di circa centocinquanta euro per tonnellata, a carico dei comuni conferenti, che avrebbero l’onere di raccoglierli e portarli nei magazzini degli impianti citati.
In questi progetti vi sono due ostacoli: il primo portato dalla criminalità organizzata che si vedrebbe sotratto un business, ancora maggiore quando vi sono i periodi di emergenza diventati normali; il secondo portato dalle organizzazioni sindacali, che non avrebbero più la presa per potere coartare gli amministratori locali e ricattarli come fanno spesso, aprendo e chiudendo il rubinetto del consenso partitocratico.
Occhi aperti. Basta manfrina.

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