Ci vorrebbe una Thatcher - QdS

Ci vorrebbe una Thatcher

Carlo Alberto Tregua

Ci vorrebbe una Thatcher

martedì 27 Agosto 2013 - 00:00

Gran Bretagna risorta, Italia fallita

La legge elettorale è lo strumento principale per governo e maggioranza. Se di tipo democristiana non consente di governare, di prendere decisioni (compito precipuo della politica) e di agire. Così è stato per lunghi decenni in cui ha imperversato la legge elettorale proporzionale. Le maggioranze si facevano dopo le elezioni, in modo da consentire ai soliti noti di accordarsi vicino al caminetto, sulla testa degli italiani e contro i loro interessi.
A seguito del referendum del 18 aprile 1993, fu approvata la nuova legge denominata Mattarellum, maggioritaria per tre quarti e proporzionale per un quarto e, infine, è arrivato il Porcellum (L. 270/2005), la più vergognosa delle leggi elettorali, che doveva assicurare la stabilità ma, come si è visto, i governi sono caduti prima della conclusione delle legislature.
Il governo Monti e ora il governo Letta continuano a subire i nefasti effetti del Porcellum.

E’ indispensabile una legge elettorale di tipo britannico, maggioritario a un turno, o francese, maggioritario a due turni, in modo che la sera delle elezioni si sappia chi governerà per cinque anni senza ricatti. Solo con governi e maggioranze stabili e forti si possono fare le riforme indispensabili per ribaltare questo stato di insufficienza in cui versa l’Italia.
Antonio Caprarica, stimato corrispondente Rai in diverse capitali mondiali, ha scritto un libro veloce, ma pieno di dati sulla rivoluzione che la Lady di ferro, Margaret Thatcher, ha fatto nel corso dei suoi governi, durati dal 3 maggio del 1979 al 1990, quando lasciò in lacrime il numero 10 di Downing street.
Ci vorrebbe una Thatcher mal vista dal suo popolo, l’Iron lady andò avanti per tutto il periodo senza indietreggiare di un centimetro, facendo approvare dal Parlamento tutte quelle riforme che hanno ribaltato la situazione catastrofica in cui versava l’United Kingdom.
Peraltro, quando fu eletto il laburista Tony Blair, la linea non cambiò affatto e quel Paese continuò nello sviluppo, nonostante fosse andato al potere l’antagonista dei Tories. La Thatcher aveva fatto cambiare la mentalità: concorrenza in economia, trasparenza nelle istituzioni, moralità nella Cosa pubblica, serietà, rigore e onestà al centro della vita politica.
Qualcuno afferma che il tempo passa. Non è vero, siamo noi che passiamo e … ci dimentichiamo!

La figlia del droghiere privatizzò qualunque struttura e partecipata pubblica stabilendo però ferree regole di liberalizzazione, per evitare che i monopoli pubblici diventassero monopoli privati.
Tagliò senza riguardi la spesa pubblica eliminando sprechi, ma contestualmente potenziando i servizi. Per fare ciò dette colpi di scure al sindacato conservatore che voleva mantenere i privilegi.
Affermava che non ci sono pasti gratis, cioè che bisogna lavorare duramente ed efficacemente per fare crescere la Comunità. Il concetto su cui muoveva la sua azione era fondato sul sistema utile a premiare chi bada a sè stesso senza aspettare l’aiuto dello Stato, cioè sulla capacità di ogni cittadino di attivarsi e non di vivere da parassita, non importa se dipendente o lavoratore autonomo.
A un certo punto i dipendenti pubblici del sindacato Nupe incrociarono le braccia, fatto mai successo prima, e i netturbini si rifiutarono di svuotare le pattumiere. Anche i becchini si misero in sciopero.

Ma tutto ciò non fece spostare di una virgola la linea politica della Thatcher e della sua maggioranza solida e granitica eletta, ripetiamo, con sistema maggioritario a un turno.
Tutti si sottomisero all’interesse generale: categorie, corporazioni, privilegiati. Il suo dogma era basato sulle teorie monetariste del premio Nobel Milton Friedman ed i ministri restii ad applicarla furono insultati dal premier col termine di wet, cioè mollaccioni.
Il deficit fu tagliato, il debito pubblico diminuì, il settore dell’auto si sviluppò, perchè tutti i gruppi mondiali fecero shopping nel Regno Unito. Col che aumentò la produzione e l’occupazione.
I tassisti titolari dei black cab non sono proprietari delle licenze, ma ne acquistano la titolarità dopo un esame che accerti la loro conoscenza di almeno 25 mila strade di Londra. Ogni tre anni la licenza è rinnovabile, ma senza fare l’esame. Quando uno dei 22 mila conducenti di taxi va in pensione restituisce la licenza e riceve l’assegno dal suo fondo pensionistico, non la può vendere! In Italia, ci vorrebbe una Thatcher, ma anche una classe politica onesta e capace.

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