Vedo, controllo pago, voto - QdS

Vedo, controllo pago, voto

Carlo Alberto Tregua

Vedo, controllo pago, voto

martedì 03 Settembre 2013 - 00:00

Comuni, tutto sul web
 

I ghostwriter di Enrico Letta gli hanno coniato uno slogan a proposito della service tax, che dovrebbe entrare in vigore nel 2014: vedo, pago, voto. Hanno dimenticato la parola più importante: controllo. Infatti, non basta vedere quali siano i servizi che ogni Comune mette a disposizione dei cittadini, bisogna controllare che le spese relative siano quelle necessarie e non di più. Ecco che lo slogan va rimodulato aggiungendo la quarta parola: controllo.
L’Italia è in condizioni pietose mentre altri partners europei, pur avendo sofferto la crisi, l’hanno superata, con leggeri incrementi di Pil già quest’anno e buoni incrementi l’anno prossimo.
Il nostro Paese è in queste condizioni perché in questi ultimi venti anni Centro-destra e Centro-sinistra hanno aumentato enormemente la spesa pubblica, deprimendo il mercato, la concorrenza e, per conseguenza, la competitività.
E’ miracoloso che, nonostante ciò ciò, l’export incrementi il proprio fatturato, per la bravura di imprenditori capaci di comptere sui mercati internazionali.

Da noi, il malaffare di una classe politica parzialmente corrotta e incapace, ha agito in base a clientelismi e favoritismi, con la conseguenza di avere inserito nelle Pubbliche amministrazioni centinaia di migliaia di persone raccomandate senza l’indispensabile sessione dei concorsi pubblici.
Dal che ne è scaturita una burocrazia che vìola sistematicamente il primo comma dell’articolo 97 della Costituzione che prevede siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
L’incremento enorme degli organici pubblici ha creato la conseguenza di peggiorare fortemente i servizi perché in parte i precari-raccomandati non avevano la necessaria preparazione professionale e in parte perché essi hanno mantenuto il riferimento con i politici che li hanno raccomandati. Per cui, quando un dirigente tentava di organizzare meglio i servizi le interferenze lo hanno impedito.
Nei Comuni, i sindaci hanno seguito questo pessimo andazzo. Non tutti, bene inteso. ci sono sindaci bravi, onesti e capaci e ciò si deduce da una prova incontrovertibile: conti in ordine e servizi efficienti.

Il D. lgs. 33/13 obbliga i Comuni, e non soli, a portare tutto sul sito, sia le informazioni doverose nei confronti dei cittadini che tutte le procedure per evitare che essi debbano recarsi fisicamente negli uffici controllando da casa o dall’ufficio il percorso di ogni procedimento.
Ogni Pa deve nominare il responsabile della trasparenza e deve avere sul sito la sezione “Amministrazione trasparente”. L’altro D. lgs. (39/13), su inconferibilità e incompatibilità di incarichi presso le Pa, ha previsto la nomina del Responsabile anticorruzione.
La trasparenza è un forte antidoto alla corruzione. Laddove tutto è chiaro, difficilmente i disonesti hanno gioco facile. ed è proprio questo meccanismo che consente il controllo dei servizi pubblici da parte dei cittadini, che, così, possono valutare se il proprio sindaco e la proppria amministrazione funzionano, bene o male.
Vi sono tanti politici e tanti burocrati che hanno scheletri negli armadi. Non dovrebbero stare in quei posti di responsabilità che è proporzionata al livello dell’incarico. Ma tutto questo deve poter essere controllato, giorno per giorno, dai cittadini.

La questione dei 22 mila precari nei Comuni siciliani va affrontata partendo da un presupposto morale: essi sono entrati per raccomandazione (è una noia ripeterlo ogni momento), lasciando fuori gli altri siciliani che non hanno avuto la possibilità di misurarsi ad armi pari.
Ora, è giusto ristabilire il principio di equità e mettere sullo stesso piano precari e siciliani danneggiati dai primi. Come? Facendoli uscire definitivamente dalla Pa e indicendo concorsi pubblici ove occorrano figure professionali per fare funzionare meglio i servizi comunali.
Tali precari-raccomandati possono riunirsi in cooperative di servizi e intraprendere attività nelle quali sappiano dimostrare capacità e merito. Così comprenderanno come essi siano stati privilegiati in tutto il tempo in cui sono rimasti dentro i Comuni senza aver fatto i concorsi.
La questione si potrebbe sintetizzare in una frase lapidaria: fuori i precari-raccomandati, dentro i siciliani meritevoli, e fra essi anche gli stessi precari fuoriusciti. Perchè no?

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