Il giardino profumato della meritocrazia - QdS

Il giardino profumato della meritocrazia

Carlo Alberto Tregua

Il giardino profumato della meritocrazia

venerdì 25 Settembre 2009 - 00:00
Meritocrazia significa mettere al primo posto i valori della massima valorizzazione degli individui in modo da creare vere opportunità paritetiche per tutti.
Meritocrazia significa anche attuare una vera mobilità sociale come misura delle pari opportunità. Chi svolge la propria carriera nella stessa città inevitabilmente perde smalto per strada, si cristallizza e forma incrostazioni che lo tengono ancorato ad amicizie interessate e ad ambienti, con ciò impedendo un’attività obiettiva.
Meritocrazia significa attaccare i privilegi delle categorie ed il conseguente nepotismo. Chi, infatti, va ad occupare posizioni senza dimostrare di meritarlo dispone di un vantaggio contrario alle pari opportunità e quindi a quello delle equità sociali.
Meritocrazia significa combattere i privilegi dei poteri forti, mettendo al centro dell’azione i cittadini e non chi produce i servizi. Insomma, è indispensabile la concorrenza come base per il merito e quindi l’uso del merito come acceleratore della concorrenza stessa.

Meritocrazia significa diffondere un welfare competitivo che non sia una rete di sicurezza dei barboni, ma che incoraggi i cittadini veramente deboli ad assumere rischi.
Meritocrazia significa adottare il sistema educativo come motore della crescita basato sulle opportunità, in modo che si selezionino e si formino i migliori, indipendentemente dal proprio stato sociale, avviandoli alle migliori università e finanziandoli economicamente.
Ma come misurare il merito, come selezionare i talenti, come guidare tutti verso l’acquisizione di competenze atte a renderli interfacciabili con il mercato? In Italia vige l’arcaico sistema dei titoli di studio che non danno la patente di capacità, bensì fanno nascere dei diritti sol perché qualcuno ha certificato che abbiamo superato qualche decina di esami, magari scollegati fra essi, e abbiamo redatto una tesi di laurea più o meno interessante o banale.
Non è così che si misura il merito, bensì determinando l’effettivo valore e l’effettiva intelligenza di ogni soggetto.

Micheal Young (1915–2002) ha elaborato un’equazione secondo la quale il merito è uguale all’intelligenza (I) più lo sforzo, cioè l’impegno (E). L’intelligenza è la qualità di un individuo e delle sue capacità cognitive, l’abilità nell’interpretare, analizzare ed utilizzare attivamente le informazioni, la qualità emotiva di leadership e la forza di carattere.
Lo sforzo è legato ai comportamenti di una persona e tende ad utilizzare tutte le risorse di cui dispone, con la massima volontà per raggiungere obiettivi di crescita ed auto-crescita.
Con il merito ognuno è padrone del proprio destino. Con il merito non si dipende dagli altri e si è in condizioni di scalare le montagne. Non c’è bisogno di pietire il lavoro, perché è il lavoro che trova la persona meritevole. Così gli individui possono competere. Il premio Nobel Kenneth Arrow (1921) in Meritocrazia e disuguaglianza economica ricorda che il “90% degli americani ritiene un sistema economico giusto quando le persone di maggiore abilità guadagnano più delle alle altre”. Se interpellassimo gli italiani e i sindacati che li rappresentano ci sentiremmo dire che tutti abbiamo diritto ad un lavoro purché sia e tutti dovrebbero guadagnare uguale compenso.
Misurare il merito non è semplice, perché le misure devono essere credibili in quanto certificate da fonti autorevoli e trasparenti, cioè a disposizione di tutti i cittadini. Nel sistema anglosassone, ove vi è una forte società meritocratica, esistono dei test nazionali standard. I test consentono di misurare i dati della qualità dei servizi e valutare chi ha la responsabilità di produrli.
Se il merito prevalesse, se nella società ci fossero delle pari opportunità per tutti, la lotta ai privilegi sarebbe meno difficile, le corporazioni non riuscirebbero a spadroneggiare come accade oggi, i poteri forti avrebbero meno peso. Benjamin Franklin (1706-1790) sosteneva che “Coloro che si vantano dei propri antenati stanno pubblicizzando la propria insignificanza”. Infatti, il nepotismo è un peccato mortale, ancora più grave per gli uomini politici che scambiano il voto col bisogno, realizzando così un danno, perché sottraggono opportunità di lavoro a chi lo merita e uno ancor maggiore, perché impediscono a chi ha merito di avere il riconoscimento.

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