La sconfitta della nazionale è lo specchio dell’Italia - QdS

La sconfitta della nazionale è lo specchio dell’Italia

Carlo Alberto Tregua

La sconfitta della nazionale è lo specchio dell’Italia

giovedì 26 Giugno 2014 - 00:00

Fallimento dei parrucconi

Ma come si poteva pensare che 23 calciatori milionari potessero avere gli stimoli e la voglia di soffrire per battersi contro calciatori che al confronto sono poveri?
Una squadra guidata da un coach senza personalità, anche lui milionario, privo del carisma necessario per coinvolgere in un progetto tanti professionisti-mercenari che badano solo ai soldi che guadagnano.
Nessuno di loro ha più voglia di privazioni, di sofferenze, di fare, senza stimoli e senza la volontà di conseguire risultati.
Sono anche boriosi e fuori dalla realtà quando, battendo una inesistente Inghilterra, ritenevano di poter fare sfracelli.
L’unico atto dignitoso è quello delle dimissioni di Giancarlo Abete dalla Figc e dello stesso Prandelli che nella conferenza stampa è apparso come un cane bastonato, consapevole della sua scarsa personalità professionale. è fallita l’Italia calcistica dei parrucconi, con pieno demerito. è proprio questo il nocciolo della questione: il merito che viene misurato dai risultati.

A pensarci bene, la squadra di brocchi, senza voglia, è lo specchio dell’Italia, nella quale corporazioni di privilegiati hanno continuato a dominare la Comunità, facendo impoverire 9 milioni di cittadini e portando sulla soglia di povertà altri 9 milioni di cittadini.
Dirigenti pubblici, burocrati di ogni genere e dipendenti che continuano a guadagnare regolarmente stipendi spropositati rispetto a quello che fanno o che non fanno, senza alcun riferimento ai risultati, ripetiamo, misurati dal merito.
Cosicché la Comunità nazionale continua a retrocedere e va verso il burrone della povertà e della stagninflazione, in un clima di irresponsabilità generale che difficilmente può essere ribaltato.
La regola dovrebbe essere che chi non vale va cacciato e, nei posti di responsabilità delle classi politica e burocratica, devono andare i capaci e gli onesti.
Il merito e la responsabilità sono i due valori che devono costituire i punti di riferimento per qualunque cittadino. Ma mentre nel settore privato, bene o male, essi sono presenti, in quello pubblico sono totalmente assenti. Per cui incapaci e disonesti restano al loro posto anche perché fanno comodo alla cricca e alle gerarchie, che ne hanno bisogno.

La nazionale italiana di Bearzot vinse il campionato del mondo nel 1982 perché era espressione di un Paese forte che cresceva e si sviluppava con grande dinamismo.
Era il periodo in cui i socialisti arrivarono al Governo con idee nuove per fare grandi riforme, innestate su un tessuto economico e sociale sano, ove peraltro vi erano tante disuguaglianze.
Qualche anno dopo, Craxi divenne presidente del Consiglio (1984) e l’attuale giudice costituzionale Giuliano Amato diventò segretario di quel partito. Fu impressa una accelerazione alla ruberia nazionale tanto che circolava la battuta, odiosa per la verità, secondo la quale, “Non tutti i socialisti sono ladri, ma tutti i ladri sono socialisti”.
Tuttavia Craxi riuscì ad abbattere la scala mobile, seppur con il voto contrario dei comunisti, ma non a trasformare una burocrazia asfittica e privilegiata in una struttura snella ed efficiente al servizio del Paese.
Ed è proprio questo il guaio che ci affligge ancora ai nostri giorni, evidenziato con drammatica autenticità dalla crisi che è arrivata con le sue nubi scure dagli Usa, a partire dal 2008.

L’abbiamo definita Santa crisi, perché occorre ogni tanto una pestilenza o una malattia che costringa il corpo sano a reagire. C’eravamo troppo appiattiti sul non fare, che ha un costo rilevante. C’eravamo appiattiti sulle regole europee consistenti nel rimettere ordine nei conti.
Solo che Berlusconi non è mai riuscito in questo scopo, Monti c’è riuscito solo aumentando le imposte e tagliando le pensioni (ottima la riforma Fornero), il pesce lesso Enrico Letta è stato immobile per nove mesi.
Dalla sconfitta si può e si deve risorgere. Ma vanno cambiati i responsabili ed il metodo, vanno inseriti, ripetiamo, i valori di merito e responsabilità: in qualunque azione e in qualunque amministrazione pubblica.
Siccome il pesce si riconosce dalla testa se è fresco o stantio, sono i responsabili delle istituzioni a dover dare l’esempio. Ma non ci risulta che Grasso, Boldrini e lo stesso Napolitano abbiano dato l’esempio di sobrietà tagliando del 50% i loro privilegi. E neppure l’Ars ha intenzione di farlo, gravando vergognosamente sui siciliani poveri e meno poveri.

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