Quando il romanzo confonde la storia - QdS

Quando il romanzo confonde la storia

Carlo Alberto Tregua

Quando il romanzo confonde la storia

sabato 30 Agosto 2014 - 00:00

Fantaguida per la nuova Sicilia
 

Alexandre Dumas padre (1802-1870) è diventato famoso per i suoi romanzi storici, fra cui Il Conte di Montecristo, I Tre Moschettieri, Vent’anni dopo e Visconte di Bragelonne. Com’è noto, il romanzo storico prende spunto da alcuni fatti accaduti e vi costruisce sopra la trama del tutto fantasiosa e non collegata con la realtà.
Non si sa se D’Artagnan, Porthos, Athos e Aramis siano mai esistiti, né se Armand-Jean du Plessis, meglio conosciuto come cardinale Richelieu sia stato quel tremendo primo ministro di Luigi XIII (un re debole). A Richelieu succedette Giulio Raimondo Mazzarino, primo ministro e cardinale ma non prete, che fece grandi cose sotto la guida del Re Sole, Luigi XIV.
Pochi sanno, però, che Alexandre Dumas fu incaricato da Camillo Benso conte di Cavour di seguire la spedizione dei Mille, affidata a Giuseppe Garibaldi, e scrivere la storia dell’Unità d’Italia prima ancora che accadesse. Da abile manipolatore dell’informazione che fu Benso di Cavour, ci siamo trovati quella storia a scuola.

Il fasullo plebiscito di Napoli e di Sicilia del 1860 fece gridare ai sabaudi che il Regno delle due Sicilie voleva riunirsi al Piemonte. Una vera falsità, dati i brogli. La verità è stata, invece, una pura e semplice annessione del Mezzogiorno che produceva ricchezze, mentre il Regno sardo-piemontese era pieno di debiti. Il colmo fu la proclamazione del Regno d’Italia, nel Parlamento di Torino, quando Cavour esclamò in francese: Le Royaume d’Italie est aujourd’hui un fait. Le Roi, notre auguste Souverain, prend lui-meme et pour ses succeseurs le titre de Roi d’Italie. .
Questa non è fantasia, né romanzo storico. Ma ad essa non si può attribuire il grave stato economico, sociale e occupazionale di oggi del Mezzogiorno. La responsabilità è soprattutto della propria classe dirigente che attraverso le corporazioni ha concentrato il potere in poche mani, dissanguando il territorio e le sue popolazioni.
E’ anche vero che lo Stato centrale, in centocinquantatré anni, non è riuscito ad estirpare definitivamente le tre organizzazioni criminali, né ad impedire che si estendessero nel Nord Italia, attratte dalla ricchezza di quelle otto regioni.
Il Mezzogiorno risorgerà se vi sarà una classe dirigente onesta e capace.
Per restare nella realtà romanzata, immagino cosa farei se fossi presidente della Regione, consapevole degli immani problemi che gravano sull’Isola. Innanzitutto, sceglierei fra i 1.816 dirigenti 200 di essi che hanno un’alta preparazione, una forte capacità di lavoro e un’onestà assoluta. Non concordiamo con Crocetta secondo il quale tutti i 1.816 dirigenti sono da rottamare, tanto è vero che ne vorrebbe assumere 38 all’esterno. Suddividerei i dirigenti in dieci gruppi cui affidare la realizzazione di progetti con un cronoprogramma rigoroso, quasi asfissiante, e un controllo meticoloso delle realizzazioni. I dieci progetti esecutivi sono elencati nella pagina interna.
In secondo luogo, chiederei a quotidiani e televisioni regionali di ospitarmi per spiegare che in Sicilia l’epoca dei privilegi è terminata. Gente che prende stipendi e indennità per non lavorare, inutili partecipate che perdono soldi, dirigenti che non spendono i fondi Ue e dipendenti che scaldano le sedie: tutti a casa.
Poi farei un accordo con il presidente dell’Anci Sicilia in base al quale la Regione continuerebbe ad effettuare i trasferimenti finanziari solo ai Comuni che hanno i conti in ordine, cioè con i parametri conformi a costi e fabbisogni standard. In terzo luogo, nominerei una commissione di esperti, economici e giuridici, di bravi professionisti disposti a lavorare per la Sicilia gratuitamente (ve ne sono tanti), con il compito di azzerare tutte le procedure esistenti e sostituirle integralmente con altre di tipo anglosassone. Fra esse, la norma che prevede il rilascio di provvedimenti amministrativi dalla Regione, in trenta giorni salvo diniego, con l’assunzione di responsabilità personali e patrimoniali dei dirigenti che negano immotivatamente o tacciono, altrettanto immotivatamente. Chiamerei, infine, i dg e i sovrintendenti ai Beni culturali affinché mi fornissero entro dieci giorni l’elenco di tutti i beni abbisognevoli di restauro, invitandoli a darmi, sempre entro dieci giorni, l’elenco delle visite effettuate ai mecenati per finanziare tali restauri. Un sogno ad occhi aperti, piuttosto un romanzo da scrivere.

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