Succhi d’arancia made in Sicily: accordo di marzo resta sulla carta - QdS

Succhi d’arancia made in Sicily: accordo di marzo resta sulla carta

Emiliano Zappala

Succhi d’arancia made in Sicily: accordo di marzo resta sulla carta

sabato 31 Gennaio 2015 - 03:00
Succhi d’arancia made in Sicily: accordo di marzo resta sulla carta

Allarme dal Distretto agrumi Sicilia: ridurre la deregulation e rispettare gli accordi quadro. Le aziende di produzione e trasformazione ad oggi non si sono ancora incontrate

CATANIA – Il nuovo anno, per l’agricoltura siciliana inizia con le polemiche. E purtroppo non è una novità. È partita infatti nelle scorse settimane la campagna agrumaria in Sicilia e durante una delle occasioni il presidente del Distretto agrumi di Sicilia, Federica Argentati, ha approfittato per intervenire sul tema dei succhi di agrumi “Made in Sicily”.
In questo modo ha sollecitato sia i vertici regionali che le aziende di produzione e trasformazione a perfezionare l’accordo quadro siglato nel marzo 2014 con la Regione. Il piano prevedeva interventi a sostegno della filiera agrumicola siciliana per la valorizzazione di succhi di agrumi di qualità provenienti da colture dell’isola e dei relativi sottoprodotti derivanti dal processo di trasformazione (come il pastazzo). Ma, come ha spiegato la Argentati “dopo la firma di quell’Accordo quadro le aziende siciliane di produzione (produttori) e quelle di trasformazione (industriali) avrebbero dovuto confrontarsi e concordare qualità, quantità e prezzo degli agrumi da destinare alla produzione di succhi Made in Sicily con materie prime certificate – arance, limoni, pompelmi – provenienti dalle campagne siciliane. Un accordo importante che, se opportunamente sviluppato, avrebbe garantito molteplici vantaggi per l’agrumicoltura siciliana, una delle voci più importanti del Pil isolano.
Da un lato la possibilità per produttori e imprese siciliane di negoziare fra loro un prezzo congruo per le future campagne agrumarie; dall’altro la valorizzazione degli agrumi siciliani e dei succhi, prodotti di qualità dei quali è possibile seguire la tracciabilità di materie prime e dei loro derivati; quindi lo stop all’attuale deregulation che, di fatto, scontenta tutta la filiera. Senza contare il valore aggiunto, in termini di immagine del territorio siciliano che, con una produzione aggregata, si presenta compatto e competitivo sul mercato globale”.
In realtà nulla di tutto questo sembra essere stato fatto. Tutto è rimasto fermo e paralizzato.
Sempre per la Argentati “è paradossale che, a fronte di un contesto internazionale caratterizzato da una globalizzazione degli scambi commerciali, da una forte concorrenza delle produzioni estere, da problematiche ambientali e di supporto alla filiera in generale, in Sicilia ci sia una totale assenza di regolamentazione del comparto agrumicolo del prodotto trasformato che ha costretto tante piccole realtà a chiudere”. Senza interventi chiari e decisi che limino e riducano la deregulation e la dispersione normativa per le aziende siciliane sarà sempre più difficile andare avanti.


Senza accordi di filiera per stabilire prezzi, qualità e quantità
CATANIA – Numerosi imprenditori siciliani hanno lanciato il loro grido dall’allarme, durante la campagna agrumaria 2015. Tra questi anche Salvatore Imbesi, amministratore di Agrumi-Gel di Barcellona Pozzo di Gotto, una delle più attive aziende di trasformazione siciliane che ha posto i riflettori sul problema dell’assenza di regole precise che da anni attanaglia il settore nell’Isola. “Più volte, invano, ho sollevato il problema cercando di contribuire direttamente con azioni concrete – ha detto lo stesso Imbesi – evidentemente la questione viene sottovalutata o comunque non affrontata in maniera adeguata. Se le condizioni attuali permarranno sarò costretto a chiudere la mia impresa con ripercussioni negative sia sull’intera filiera sia sull’occupazione”. “Senza accordi di filiera quadro – rincara la dose Giuseppe Di Silvestro, presidente Cia Catania – con cui le imprese stabiliscano per un triennio prezzi, qualità e quantità del prodotto da destinare alla trasformazione, la Sicilia non riuscirà mai davvero a crescere”.

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