"No grandi opere", si studia nuova legge - QdS

“No grandi opere”, si studia nuova legge

Rosario Battiato

“No grandi opere”, si studia nuova legge

martedì 21 Aprile 2015 - 07:00

Pronto un ddl firmato Partito democratico per introdurre anche in Italia il modello francese del “débat public”. Ministro Galletti: “Minoranze rumorose condizionano scelte e prevaricano l’opinione delle maggioranze”

PALERMO – Il governo vuole spezzare per legge la resistenza delle cosiddette “minoranze rumorose”. L’intervento del ministro Gian Luca Galletti, in occasione della conferenza mondiale sull’impatto ambientale promossa dall’associazione Iaia (international association for impact assessment) svolta nei giorni scorsi, ha ribadito la necessità di una nuova normativa per le opere di interesse pubblico in Italia. Un discorso che riguarda da vicino anche la Sicilia, che ha visto diverse infrastrutture strategiche assediate dalla sindrome nimby (Not In My Back Yard, “Non nel mio cortile”).
In parlamento avanza il progetto che prevede l’introduzione anche in Italia di una procedura sul modello di quella francese del débat public per la valutazione dei progetti di interesse pubblico. Il disegno di legge, che il pd ha chiesto di calendarizzare assieme alla riforma degli appalti, è stato redatto, tra gli altri, da Stefano Esposito. “Alcuni recenti dati forniti dal Nimby Forum – si legge nella relazione – ci dicono che il 62,7 per cento delle opere contestate appartiene al comparto elettrico e che il fronte di opposizione più caldo è rappresentato dagli impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili: tra le opere più controverse si annoverano le centrali a biomasse (108 impianti), le centrali idroelettriche (32) e i parchi eolici (32)”.
La proposta arriva dall’Europa. Il ddl di legge, “ispirandosi a modelli già attuati da oltre dieci anni in Europa (Francia, anzitutto, ma anche Regno Unito) e tenendo conto anche della legislazione regionale nell’ambito del nostro Paese (Emilia-Romagna e Toscana)”, tende ad introdurre nell’ordinamento italiano lo strumento del “débat public”. Di cosa si tratta? “È uno strumento teso a favorire un confronto anticipato, rispetto alla sede propria dei procedimenti autorizzativi di competenza delle singole amministrazioni, fra chi intenda realizzare su un dato territorio infrastrutture o opere pubbliche di significativo impatto ambientale, economico o sociale, e i potenziali controinteressati (in primis, popolazioni locali e portatori di interessi diffusi)”.
Un confronto da attuare “conformemente alle esperienze straniere e alla soluzione convergentemente indicata anche da alcuni dei più accreditati think tank italiani (Astrid, Italia decide), sotto la conduzione neutrale di un soggetto pubblico indipendente che assicuri a tutti i partecipanti eguali possibilità di espressione del proprio punto di vista, nonché l’ordinato e regolare svolgimento della procedura”.
Non tutto può essere assoggettato a questo strumento. In tal senso il ddl proposto “rende obbligatorio indire un dibattito pubblico solo per le grandi opere (quelle di cui alla legge obiettivo, quelle assoggettate a Via obbligatoria, più altre contraddistinte da certe caratteristiche di ordine dimensionale), così come per quegli interventi che – pur senza essere vere e proprie ‘grandi opere’ nel senso attribuibile a questa espressione agli effetti dei decreti legislativi n. 163 del 2006 e n. 152 del 2006 – comportano egualmente un forte impatto sociale, economico o ambientale”.
In prima linea ci sono chiaramente gli impianti di valorizzazione energetica del rifiuto, ma anche le infrastrutture dell’energia. La Sicilia, pur senza avere ancora progetti di valorizzazione termica o elettrica dei rifiuti, già sconta diversi punti critici nella grande cartina d’Italia della contestazione. Sono nove le opere nel mirino dei comitati locali, tra cui una discarica contestata, e ben otto impianti relativi al comparto energetico, tra cui ovviamente l’elettrodotto Sorgente-Rizziconi tra Sicilia e Calabria.

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