Questo Irfis è da gettare - QdS

Questo Irfis è da gettare

Carlo Alberto Tregua

Questo Irfis è da gettare

sabato 18 Aprile 2009 - 00:00

Trasformare la crisi in opportunità

L’Irfis è divenuto un guscio vuoto in mano a Unicredit che non sa che farsene. La Banca multinazionale di Alessandro Profumo aveva tentato di vendere questo guscio vuoto alla Banca Nuova, pied à terre siciliano della Vicentina di Zonin, traendone un compenso di 82 milioni di euro, non pochi considerata la quasi inattività dell’Istituto palermitano.
Ma Draghi ha detto no: questa vendita non si può fare. Ma le ragioni sono coperte dal segreto d’ufficio. Così il cerino acceso è ritornato nelle mani di Unicredit anche se tecnicamente esso è controllato dal Banco di Sicilia. L’ex istituto isolano però, come è noto a tutti, non conta niente, in quanto anch’esso è divenuto un piccolo vagone della locomotiva milanese. La probabilità maggiore è che l’Irfis scompaia ingoiato da Unicredit e con esso un passato importante che ha visto finanziare anche il Petrolchimico, oltre a migliaia di piccole e medie imprese industriali, artigianali, commerciali e di servizio.

Che la Sicilia abbia bisogno di un mediocredito è pacifico, ma nessuno degli istituti che operano sul territorio hanno la convenienza di farne funzionare uno. Per contro, oltre la Banca popolare di Ragusa, la Banca Sant’Angelo di Licata, un gruppetto di banche di credito popolare e qualche minuscolo istituto privato, tutto è ormai governato da centri decisionali che non si trovano in Sicilia.
Che un mediocredito sia essenziale non vi è dubbio, sol ché operasse in affiancamento sul campo alle imprese che hanno bisogno di finanziamenti mirati e non generici, in collegamento con imprese del Nord Africa, del Nord Italia e del Centro Europa. Esse hanno anche bisogno di conoscenze e formazione. Un mediocredito dotato di grandi personalità operative consentirebbe di aiutare gli imprenditori dei vari settori merceologici nel raggiungere una maggiore efficienza e una migliore organizzazione.
Gli imprenditori hanno bisogno di consigli e suggerimenti professionali oltre che di finanza. Tali consigli dovrebbe darli proprio un istituto di mediocredito fortemente innovativo.

Nel Sud Italia non opera quasi nessuna merchant-bank perché non sono autorizzate a fare interventi nel capitale di rischio inferiori a 50 milioni. Ora, è del tutto evidente che in Sicilia le piccole imprese hanno bisogno di interventi del valore di uno o due milioni di euro, per il consolidamento economico-finanziario, in modo da restituire le somme anticipate dall’istituto, nonché una quota di utili.
Le piccole imprese siciliane, diciamo quelle che vanno da 5 milioni di fatturato all’anno in su, spesso confondono le risorse personali con quelle aziendali. Per cui è frequente il caso di distrazione di somme utilizzate impropriamente per comprare barche, ville o per fare altre spese non pertinenti. Un buon paletto sarebbe la certificazione dei bilanci che costa relativamente poco, ma consentirebbe di presentarsi al sistema bancario con le carte in regola.

L’ipotesi dell’assessore al Bilancio, Michele Cimino – che per conto della Regione controlla il 21% dell’Irfis e che dalla cessione avrebbe ricevuto 12 milioni di euro – di trasformarlo in un ennesimo carrozzone regionale acquisendo le quote da Unicredit è pericolosa, perché la Regione non ha capacità di gestire società e meno che mai società bancarie. Lo dimostrano le 25 società controllate, quasi tutte in perdita e con risultati certamente non buoni.
Altro discorso è che, se la Regione promuovesse una cordata di imprenditori isolani e nazionali per l’acquisto delle azioni e la gestione dell’Istituo di mediocredito, l’Irfis, così rifondato, potrebbe unirsi con Ircac e Crias e diventare un istituto di forte propulsione economica, se gestito da professionisti.
L’Istituto così rinato potrebbe collegare le imprese siciliane con quelle del Nord-Africa finanziando progetti in quei Paesi (soprattutto Tunisia e Marocco) in cui l’economia è in forte espansione e il Pil cresce di oltre il 5% l’anno.
Dalla crisi può risorgere l’araba fenice. La crisi deve trasformarsi in opportunità. Sarebbe un peccato rinunziarvi, ma occorrono nervi saldi, progetti chiari e competenze. Il Governo Lombardo non deve lasciarsi sfuggire quest’occasione.

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