Fed e Bce spingono l'economia - QdS

Fed e Bce spingono l’economia

Carlo Alberto Tregua

Fed e Bce spingono l’economia

martedì 24 Novembre 2015 - 00:00

Massa monetaria inonda i mercati

Se la gente non ha denaro, bisogna crearne di più. Sembra una battuta, ma in effetti è l’azione che hanno fatto la Fed (Federal reserve) e la Bce (Banca centrale europea) con un’importante differenza. Mentre la banca centrale americana ha la facoltà di stampare moneta senza limiti – in quanto gode di un’autonomia assoluta, sentito l’impulso dell’amministrazione – la Bce non può stampare moneta senza finalità. Ecco che il bravo Mario Draghi ha inventato il Quantitative easing.
Di che si tratta? Di stampare euro per comprare Titoli di Stato emessi dai 19 membri della Uem. La finalità di immettere liquidità nei Paesi soci è la medesima, ma lo strumento, come indicato, è diverso.
L’aumento di quantità di moneta in circolazione significa dotare gli istituti di credito nazionali e locali di disponibilità atte a finanziare imprese e cittadini. Questi ultimi hanno attinto a mani basse alle nuove disponibilità, tant’è che il numero e l’ammontare dei mutui in quest’anno è cresciuto enormemente.

Questo fenomeno positivo è stato aiutato fortemente dal Jobs act, che ha consentito l’assunzione a tempo indeterminato di 906 mila persone nei primi 9 mesi del 2015 mediante la decontribuzione previdenziale, con la contestuale eliminazione dell’art. 18 che aveva, di fatto, imbavagliato le assunzioni.
Una volta, le banche nazionali, e poi successivamente la Bce, utilizzavano come leva il Tasso ufficiale di sconto (Tus): lo diminuivano per incentivare l’economia, lo aumentavano quando l’economia si surriscaldava per effetto di un aumento incontrollato dell’inflazione e quindi dei prezzi.
Ma con questa crisi, il Tus è stato azzerato, con la conseguenza che non ha più prodotto alcun effetto. Ecco la ragione del Quantitative easing per 1.140 miliardi di euro, da febbraio 2015 a settembre 2016, con un piano di acquisti per 60 miliardi al mese.
Ma forse, i 1.140 miliardi non saranno sufficienti. Ecco perché il Consiglio direttivo della Bce, il prossimo 3 dicembre, potrebbe decidere un ampliamento del Qe, mentre la manovra sul tasso d’interesse sui depositi è di fatto bloccata perché esso è già sotto zero, cioè il tasso d’interesse è diventato negativo.

Il guaio del Qe sta nel fatto che la liquidità pervenuta agli istituti nazionali e locali attraverso la vendita dei Titoli di Stato non è detto che venga traslata alle imprese. è noto, infatti, che le banche prestano denaro alle aziende se hanno una ragionevole sicurezza che esso verrà restituito, ovviamente oltre agli interessi. Quindi, al primo punto dei finanziamenti c’è il rischio: può essere accettato quello ragionevole connesso al progetto dell’impresa; sicuramente no, quando questo rischio diventa irragionevole.
Le banche, infatti, non possono adottare la tecnica del venture capital, che consiste nel finanziare tutte le start up, indipendentemente dalla loro validità, con la conseguenza che ne bastano due su dieci positive per compensare la defaillance delle altre otto. Poi bisogna tenero conto che gli italiani sono risparmiosi. Vi sono tanti elementi che lo dimostrano. Fra essi, per esempio, che tutti i percettori dei famosi 80 euro mensili non li hanno spesi per intero, tanto che alla fine del 2014 i depositi retail erano aumentati.

Paradossalmente, l’aumento dei depositi non è buona cosa, perché esso non dovrebbe esserci in quanto all’aumento dovrebbe corrispondere anche un incremento degli impieghi, cioè dei finanziamenti a imprese e cittadini.
In questo scenario entrano in gioco sia il pilastro dei consumi interni, sia l’aumento delle esportazioni e anche l’aumento della produzione per soddisfare il primo e le seconde.
I fenomeni macroeconomici debbono essere conosciuti, in modo da capirli, per potersi regolare in conseguenza. Il guaio del nostro Paese è che al suo interno vi è il quaranta per cento del territorio, cioè il Sud, in condizione di arretratezza economica, che in atto costituisce la palla al piede dell’economia nazionale.
Il divario fra Sud e Nord aumenta, perché non vi è stata, in quest’ultimo quarto di secolo, una politica di integrazione dei territori come quella fatta in Germania che, a distanza di 26 anni della caduta del Muro, ha parificato gli indici in tutti i suoi 16 Länder.

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