Ancora troppe le irregolarità nell'etichettatura del pesce - QdS

Ancora troppe le irregolarità nell’etichettatura del pesce

Michele Giuliano

Ancora troppe le irregolarità nell’etichettatura del pesce

sabato 17 Dicembre 2016 - 03:00
Ancora troppe le irregolarità nell’etichettatura del pesce

Attrezzo di pesca usato, denominazione zona e nome scientifico specie: le info obbligatorie secondo legge. Nell’80% dei casi analizzati da Greenpeace Italia regolamento non rispettato appieno

PALERMO – La vendita al dettaglio del pesce fresco è in Italia, così come in Sicilia dove questo mercato ha un suo peso specifico, spesso accompagnata da irregolarità nell’etichettatura e dalla mancanza di informazioni che potrebbero aiutare i consumatori a compiere scelte sostenibili.

È quanto rivela il rapporto “Muta come un pesce”
, pubblicato da Greenpeace Italia, in cui sono state analizzate le informazioni indicate su oltre 600 etichette esposte sui banchi del pesce fresco di più di 100 rivenditori italiani. L’indagine effettuata da Greenpeace fotografa una situazione davvero preoccupante: quasi l’80 per cento delle etichette esaminate non rispetta infatti appieno il regolamento europeo in vigore ormai da oltre due anni.
Secondo le normative vigenti, in etichetta dovrebbe essere obbligatoria la presenza di informazioni come l’attrezzo di pesca utilizzato, l’esatta denominazione della zona o sottozona di cattura Fao, il nome scientifico e commerciale della specie e il metodo di produzione (pescato, allevato o pescato in acque dolci). Dall’analisi dell’organizzazione ambientalista invece emerge che tra le informazioni obbligatorie è quasi sempre presente solo l’indicazione del nome commerciale; il nome scientifico è invece assente nel 34,1 per cento delle etichette analizzate. L’indicazione dell’attrezzo di pesca manca nel 36,3 per cento dei casi, mentre l’indicazione della zona di cattura non è indicata correttamente nel 56,6 per cento dei casi e sull’11 per cento delle etichette esaminate è completamente assente.
Le maggiori irregolarità sono state riscontrate nei mercati rionali e nelle pescherie. Nei supermercati, per quanto migliore, la situazione è lontana dall’essere perfetta e, a parte rarissime eccezioni, le infrazioni registrate sono ancora troppo numerose. In buona sostanza in questo modo il consumatore non ha tutti gli strumenti utili per capire davvero la qualità di quel che sta comprando e di conseguenza non ha neanche contezza se il prezzo è quello reale di mercato o magari sovrastimato.
“Solo conoscendo l’attrezzo di pesca e la zona di cattura esatta, i consumatori possono scegliere il pesce più sostenibile, ovvero quello locale catturato con metodi che hanno un minor impatto sull’ambiente – afferma Serena Maso, Campagna Mare di Greenpeace Italia -. Compiere scelte responsabili non solo aiuta il mare, ma anche i piccoli pescatori locali, in forte crisi perché schiacciati da un mercato invaso dai prodotti provenienti soprattutto da pesca industriale e distruttiva”. Greenpeace chiede maggiori controlli, più legalità e un’adeguata formazione del personale addetto alla vendita affinché le normative vigenti vengano rispettate.
Inoltre i punti vendita dovrebbero ampliare l’offerta dei prodotti sostenibili e puntare alla valorizzazione dei prodotti ittici artigianali e locali a basso impatto ambientale: un passo necessario per aumentare la qualità dell’offerta, contribuire alla salute del mare e sostenere chi lo rispetta. “Avere un’etichetta chiara e completa, che ci dica dove e come è stato pescato un pesce è un diritto dei consumatori e un obbligo dei rivenditori – continua Maso -. Serve maggiore responsabilità da parte di tutti, commercianti e consumatori. Dobbiamo imparare a consumare meno e meglio, e a pretendere le informazioni che ci servono per farlo”.

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