Corruzione e inefficienza danneggiano i cittadini - QdS

Corruzione e inefficienza danneggiano i cittadini

Carlo Alberto Tregua

Corruzione e inefficienza danneggiano i cittadini

martedì 28 Febbraio 2017 - 00:00

Non è più tempo d’indifferenza

Un saggio sosteneva che il politico buono è quello in pensione, criticando il sistema italico, secondo il quale far politica è diventato un mestiere, anche per mettersi a posto economicamente perché fruttava prima i vitalizi e oggi le pensioni, basti superare quattro anni, sei mesi e un giorno di legislatura.
Alcuni hanno tentato di fissare per legge il tetto di due legislature o consiliature all’attività politica, come avviene per i sindaci. Ma questa norma non è passata mai per la resistenza delle cariatidi che sono in Parlamento da 4/5/6 ed oltre legislature.
Il rinnovamento dei parlamentari, per la verità, c’è stato con una ventata di aria fresca perché sono arrivati i grillini, che hanno abbassato l’età media e, anche se spesso appaiono inesperti e claudicanti nel loro parlare, tuttavia, portano novità, indispensabile fonte di rinnovamento.
L’aria stantia della politica è la premessa di altrettanta aria stantia nella burocrazia, ove vi sono dirigenti che occupano lo stesso posto per decine di anni creando stratificazioni e incrostazioni che bloccano qualunque rinnovamento.

La conseguenza di quanto precede è il rifiuto delle riforme che dovrebbero immettere efficienza e migliorare il funzionamento di tutte le ruote e rotelle della Pa.
Le cause indicate hanno due effetti deleteri per la Comunità: il primo è una dilagante inefficienza della macchina pubblica, con la conseguenza che i servizi resi ai cittadini sono pessimi; la seconda riguarda lo stagno putrido dentro il quale si muovono tanti burocrati con il conseguente dilagare della corruzione. L’allarme a riguardo è stato più volte dato dalla Corte dei Conti e, per ultimo, nel corso dell’apertura dell’anno giudiziario avvenuto il 26 gennaio scorso.
Il governo Renzi ha istituito l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), mettendovi a capo un bravo magistrato come Raffaele Cantone. Con un organico di circa 200 persone, però, l’Anac non può certo risolvere il problema della corruzione. Né possono risolverlo le Procure della Repubblica d’Italia perché esse intervengono a posteriori con azioni di repressione.

Invece, occorrerebbe un’azione di prevenzione. Al riguardo la Corte dei Conti ha ben sottolineato che la rettitudine nella Pubblica amministrazione non basta: serve la competenza.
La questione è pacifica: se vi sono soggetti incapaci di svolgere il proprio lavoro, se le attività non sono previste da un piano aziendale che assegni compiti precisi alle risorse umane, se non sono stabiliti i tempi di erogazione dei servizi che devono essere di qualità, viene meno il principio di responsabilità, secondo il quale ogni pubblico dipendente ha il dovere di adempierle (le funzioni, ndr) con disciplina e onore… (art. 54 della Costituzione).
Quindi occorrono competenze e responsabilità, ed un sistema di premi e sanzioni che tenga conto delle qualità, positive o negative, di ogni operatore nelle pubbliche amministrazioni di tutti i livelli.
Molta corruzione vi è negli appalti pubblici. è dimostrato dal fatto che gli acquisti effettuati attraverso la Consip Spa, società del Mef, hanno fatto risparmiare solo nel 2016 fino al 55 per cento e soprattutto hanno abbassato i prezzi dei beni acquistati per i quali si cita il classico esempio della siringa che deve costare uguale da Aosta a Portopalo.

Il tentativo di mettere ordine nella Pubblica amministrazione da parte del governo Renzi è portato dalla Legge Madia n. 124/15. Solo che la stessa legge prevede l’emissione di una dozzina di decreti attuativi che stanno vedendo la luce molto lentamente. Almeno la metà ancora non sono stati pubblicati sulla Gazzetta ufficiale.
La corruzione, poi, è alimentata dalla mancanza di trasparenza. Il Foia, Freedom of information act, (Dlgs 97/16) prevede che un cittadino possa chiedere qualunque documentazione a qualunque Pa anche se non abbia personale interesse. Nonostante ciò le Pa fanno resistenza per paura di vedersi scoprire gli altarini.
L’esercito dei 4,2 milioni di dipendenti pubblici e parapubblici è sufficiente e non eccessivo. Il guaio è che costoro non sono inquadrati in un sistema funzionale che consenta di farli rendere al meglio. Ecco, si necessita di una riforma urgente e indispensabile, non quella “dolce” della Madia.

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