Parchi e riserve, grandi bellezze che però non producono reddito - QdS

Parchi e riserve, grandi bellezze che però non producono reddito

Rosario Battiato

Parchi e riserve, grandi bellezze che però non producono reddito

venerdì 05 Maggio 2017 - 05:00
Parchi e riserve, grandi bellezze che però non producono reddito

Secondo l’Istat il “tasso di turisticità” dei siti siciliani è pari a 4 contro una media nazionale dell’8,3. Nell’Isola il valore aggiunto pro capite delle aree protette è di 9.191 euro

PALERMO – L’Europa considera le risorse naturali (parchi e aree protette) come strumenti decisivi per il potenziamento della redditività sostenibile, ma il percorso non è così semplice. In Sicilia, in particolare, si fatica a trovare la giusta combinazione tra tutela del bene e messa a reddito, un’operazione che potrebbe rappresentare il flusso più corposo dell’economia regionale.
In attesa della definitiva approvazione dell’aggiornamento della nuova legge sui parchi nazionali, che rafforza l’impianto originario della legge 394/91 (la legge di sistema del settore) e che attualmente si trova alla Camera, l’Istat ha diffuso gli ultimi numeri disponibili sul tasso di turisticità nei parchi nazionali e regionali. Lo ha fatto tramite l’aggiornamento degli indicatori per le politiche di sviluppo, mettendo in evidenza, in particolare, il “tasso di turisticità nei parchi nazionali e regionali”, che si misura in giornate di presenza (italiani e stranieri) nei comuni in aree terrestri protette nel complesso degli esercizi ricettivi per abitante. Il dato siciliano del 2013, l’ultimo rilasciato dall’Istituto di statistica, è il secondo più basso dal 2007. Il valore finale è pari a 4, soltanto nel 2009 il dato si è spinto in basso fino a 3,7.
Ancora più disarmante risulta il rapporto col resto delle Regioni. La media nazionale, seppur in calo, risulta comunque il doppio di quella isolana (8,3), mentre i numeri più alti si registrano in Trentino Alto Adige (56,5), seguito dal Veneto (18,4), mentre tra 13 e 15 troviamo diverse regioni come Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Valle d’Aosta. La Sicilia riesce a far meglio di cinque regioni, ma molte di queste non possono certo vantare lo stesso patrimonio naturale. Uno studio del 2014, realizzato da Unioncamere e dal ministero dell’Ambiente, precisava che nel sistema delle aree protette il valore aggiunto pro capite prodotto nell’Isola si ferma a 9.191 euro, cioè circa 5 mila euro in meno rispetto media nazionale delle aree inserite in Rete Natura 2000 (14.371 euro).
Un vero e proprio peccato a fronte della varietà e della qualità delle aree protette isolane. Dal neonato Parco nazionale di Pantelleria, il decreto di istituzione del presidente Mattarella è stato pubblicato lo scorso ottobre sulla Guri, passando per gli oltre 230 siti di Rete Natura 2000 che pesano 469 mila ettari a terra e 169 mila ettari a mare.
Nomi che da soli sono sinonimo di turismo: lo Stagnone di Marsala e le Saline di Trapani, l’Isola di Ustica, il lago di Pergusa, la Valle del Bove, le Saline di Priolo e di Augusta, i pantani della Sicilia Sud orientale di Marzamemi, di Punta Pilieri e Vendicari. Far parte della Rete Natura 2000, istituita dalla direttiva 92/43/CEE “Habitat”, non significa restare delle oasi incontaminate e protette dell’uomo, perché è proprio l’Ue a precisare che “non sono riserve rigidamente protette dove le attività umane sono escluse”, ma realtà dove si garantisce la protezione della natura senza dimenticare “le esigenze economiche, sociali e culturali, nonché delle particolarità regionali e locali”. A queste risorse importanti, vanno poi aggiunte le riserve naturali, le Oasi, e tutti i parchi regionali come quello fluviale dell’Alcantara, dell’Etna, dei Nebrodi e delle Madonie.

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