Raffinerie in crisi da convertire seguendo l'esempio di Gela - QdS

Raffinerie in crisi da convertire seguendo l’esempio di Gela

Rosario Battiato

Raffinerie in crisi da convertire seguendo l’esempio di Gela

sabato 23 Settembre 2017 - 05:00
Raffinerie in crisi da convertire seguendo l’esempio di Gela

I russi di Lukoil starebbero pensando di vendere gli impianti di Priolo. A rischio mille lavoratori. Va avanti come da cronoprogramma il progetto della Bioraffineria Eni

PALERMO – I russi di Lukoil potrebbero vendere le raffinerie del polo petrolchimico di Priolo. La notizia, diffusa nei giorni scorsi dalll’agenzia di stampa Reuters, ha avuto l’effetto di un ordigno di discreta portata sul sistema politico e produttivo isolano. Sindacati e soprattutto politici, vista l’aria elettorale che tira, si sono lanciati a testa bassa nel dibattito, offrendo dichiarazioni dai contenuti standard e riassumibili in tre passaggi: nessuno può impedire a Lukoil di vendere, attenzione ai mille lavoratori dipendenti e necessità della riqualificazione ambientale del Polo. L’ipotetica scelta dei russi arriva a distanza di qualche mese dal provvedimento di sequestro disposto dal gip del Tribunale di Siracusa su richiesta della Procura che ha visto un programma di prescrizioni ambientali per evitare il blocco degli impianti e che è stato pienamente accolto dall’azienda all’inizio di agosto.
Anche per le grandi crisi c’è sempre una soluzione. Le preoccupazioni espresse dai sindacati – “non sappiamo se il Governo è stato informato di questa decisione, ma crediamo che sia necessario mettere in atto tutte le iniziative a difesa dell’area industriale e dell’occupazione”, ha detto Emilio Miceli, segretario generale della Filctem Cgil – restano legittime, anche se altrove è già stato tracciato un futuro diverso, che rilancia l’ipotesi di sostenibilità ambientale e occupazione dei lavoratori degli impianti petrolchimici.
Per una Lukoil in odor di addio, l’azienda russa aveva acquistato il 49% di Isab da Erg nel 2008, prima di diventare unico azionista nel 2014, c’è l’Eni che con la Green refinery di Gela ha avviato un processo di riconversione in seguito alla firma del procollo firmato con le organizzazioni sindacali, le Istituzioni e Confindustria il 6 novembre del 2014. Da quella data, si legge in una nota del cane a sei zampe, sono stati investiti sul territorio complessivamente circa 555 milioni di euro.
Il fiore all’occhiello sarà il progetto di riconversione della raffineria Eni che proprio nei giorni scorsi ha visto l’ingresso nella fase di completamento che conferma come le attività previste dal Protocollo stiano proseguendo “in linea – si legge in una nota dell’Eni – con gli impegni assunti dal punto di vista tecnico e operativo”.
Il progetto della bioraffineria, in questa fase, prevede la costruzione del nuovo impianto di produzione di idrogeno “Steam reforming” che permetterà di avviare la produzione entro il prossimo giugno.
“Inoltre, grazie alla messa in marcia del nuovo impianto di pretrattamento delle biomasse entro il 2019 – si legge in un comunicato dell’Azienda –, la Bio Raffineria sarà in grado di utilizzare per il 100% della capacità di lavorazione materie prime di seconda generazione composte dagli scarti della produzione alimentare”. Le materie prime del futuro saranno perfettamente in linea con i dettami dell’economia circolare: scarti della produzione alimentare, quali olii usati, grassi animali (tallow) e sottoprodotti legati alla lavorazione dell’olio di palma.
“Questa caratteristica farà della Green refinery di Gela un impianto ad elevata sostenibilità ambientale proprio per l’utilizzo di cariche che diversamente andrebbero smaltite come rifiuti, con aggravio dei costi per la comunità e impatto sull’ambiente”. Prevista, inoltre, la riduzione del 60% delle emissioni in linea con la più recente normativa comunitaria. L’investimento complessivo varrà circa 220 milioni di euro.

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