Università gratis demagogia di Grasso - QdS

Università gratis demagogia di Grasso

Carlo Alberto Tregua

Università gratis demagogia di Grasso

venerdì 12 Gennaio 2018 - 00:00

In Germania niente fuori corso

In questa campagna elettorale, i leader fanno a gara a chi la spara più grossa. Ci ricordano la barzellettina del coniglio dalla bocca larga che, seduto sulla soglia di una foresta, le sparava grosse, dicendo che anche il leone si sarebbe impaurito. Un giorno il leone lo guarda e gli chiede se era stato lui ad aver detto quelle cose. Il coniglio si rattrappisce, stringe la bocca ed esclama: “Chi, io?”. Il solito comportamento dei vigliacchi.
Fra tutte le esternazioni che abbiamo ascoltato, oggi esaminiamo quella dell’attuale Presidente del Senato, Pietro Grasso il quale, pur di fare clamore ha esclamato: “Università gratis per tutti”.
Analizziamo lo stato dei fatti. Ogni universitario costa allo Stato una media di ottomila euro per anno, ma paga tasse mediamente per 1.500 euro. Quindi l’Università è già gratis per otto decimi del corso. Inoltre, sono messe a disposizione in tutta Italia, decine di migliaia di borse di studio, assegnate anche da fondazioni o enti privati, che aiutano i giovani sotto il profilo economico.
Non è il costo delle tasse che penalizza i giovani, ma la scarsa qualità dell’insegnamento, non tanto perché i docenti (ordinari, associati e ricercatori) non siano all’altezza della situazione, quanto perché non vi sono sistemi organizzativi che interfaccino le diverse materie, in modo da consentire ai ragazzi di imparare un sistema di conoscenze e non conoscenze separate.
In altre parole, nelle nostre università pubbliche, ma anche in qualche università privata, il metodo non è idoneo a ottenere il migliore risultato.
I ragazzi che frequentano le università italiane sono in proporzione in numero minore rispetto a quelli che frequentano le università francesi ed europee. Questo fatto non è conseguente al costo delle tasse ma alla difficoltà di trovare lavoro una volta che hanno ottenuto la laurea triennale o magistrale.
Perché i giovani laureati hanno difficoltè a trovare lavoro? Perché la loro preparazione, per quanto generale, non è interfacciata con il mondo ove si opera concretamente. Nel sistema delle imprese non è consentito girare a vuoto.
Qualcuno osserverà che nel settore pubblico, per partecipare ai concorsi servono le lauree. è vero, ma qui casca l’asino. I concorsi pubblici vengono banditi con il contagocce perché nella Pubblica amministrazione il turn over è quasi bloccato. In ogni caso, i vincitori di concorso hanno una preparazione teorica e sconoscono totalmente una delle scienze più importanti per far funzionare i meccanismi: l’organizzazione.
La conseguenza è che quando vengono immessi nei ruoli, non apportano il know how per fare migliorare il funzionamento di quella branca pubblica, né possono apprendere dai dirigenti perché neanche loro hanno fatto adeguati corsi di organizzazione.
Perché sottolineamo questo aspetto fondamentale della disfunzione della Pa? Perché manca nella stessa il principale metodo che dovrebbe esserci: fissare obiettivi a ciascun dipendente o dirigente e confrontarli sistematicamente con i risultati ottenuti. Solo da questo metodo deriverebbe la valutazione della qualità del lavoro pubblico.
Non solo gli universitari pagano otto decimi del loro costo. Va aggiunto che è comunemente stimato un costo di 70-80 mila euro per portare un giovane dalle elementari alla laurea. E poi, però, non trovando lavoro, molti di loro espatriano, depauperando così l’investimento fatto dalla collettività a vantaggio di quelle estere.
Vi è un altro punto da sottolineare: il vantaggio degli universitari nel pagare otto decimi del loro costo è esteso anche ai fannulloni, alias i fuori corso. In Germania, quando un giovane viene bocciato due volte ad un esame è espulso dall’Università. In Italia questo non accade.
Inoltre, in Germania non viene consentito a nessun allievo di superare il tempo del suo corso. Nel nostro Paese la laurea magistrale viene conseguita mediamente a 28 anni, cioè quattro dopo il termine regolare.
Questo è il quadro che denota un lassismo nelle università e nelle istituzioni che le governano e che rientra in quello generale che ha rovinato il nostro Paese ove non è di casa il rigore etico.

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