Ma gli emigrati italiani non erano clandestini - QdS

Ma gli emigrati italiani non erano clandestini

Carlo Alberto Tregua

Ma gli emigrati italiani non erano clandestini

venerdì 15 Gennaio 2010 - 00:00

Falsata furbescamente la storia

I fatti di Rosarno sono di una gravità eccezionale, perché hanno messo a nudo le responsabilità delle Istituzioni locali e dello Stato, che hanno chiuso gli occhi su una situazione di grandi dimensioni e di enorme gravità. Vale a dire che oltre 2 mila clandestini hanno dimorato in baracche e contenitori inumani per mesi e mesi, all’interno di un perimetro comunale nel quale alloggiano appena 10 mila persone.
Com’è possibile che a Prefettura, Provincia, Comune, Forze dell’ordine, Vigili urbani ed altri non sia venuto in mente che la situazione era esplosiva e prima o dopo la deflagrazione sarebbe avvenuta? Anche la Regione Calabria ha la sua responsabilità, perché è impensabile che non sapesse come in quel comune e in altri vi fossero migliaia di clandestini.

La ‘ndrangheta ci ha messo del suo nello sfruttare la carne umana per il lavoro nero e nel fomentare i disordini quando si è accorta che le Istituzioni stavano reagendo a una situazione insostenibile. Il sospetto che a sparare sui clandestini siano stati componenti della malavita è stato più volte dichiarato.
A ogni modo, il ministro Maroni anche questa volta è intervenuto con determinazione, ha fatto trasferire tutti quei clandestini nei centri di accoglienza di Crotone e Bari e ha dato ordine alle ruspe di abbattere quegli ambienti che potevano ospitare solo animali e non persone. Ha disposto anche, in base alla legge, il rimpatrio dei clandestini.
La storia insegna che non insegna nulla. L’uomo cade sempre negli stessi errori che altri prima di lui hanno commesso in epoche precedenti. Si tratta, in questo caso, di un dato di fatto inoppugnabile: in Italia, non c’è spazio per più di 60 milioni di persone. Vi sono 6 o 7 milioni di poveri, vi è una grande disoccupazione conseguente alla crisi nel Centro-Nord Italia e strutturale nel Mezzogiorno. Il debito pubblico nel 2009 è balzato a 1.800 miliardi, il gravame fiscale è insopportabile tanto che mediamente gli italiani lavorano fino a luglio per il socio di maggioranza, cioè lo Stato, e solo da agosto cominciano a produrre per se stessi.

In questo quadro di grande gravità non è pensabile che si possa accogliere un numero indeterminato di immigrati, tanto che la legge Bossi-Fini ha stabilito che ogni anno il Governo fissi un tetto massimo per l’immigrazione. Questo è un canale attraverso cui, chi voglia venire a risiedere e lavorare nel nostro Paese, può farlo in modo palese e legittimo, facendo richiesta alle Ambasciate d’origine, tenendo conto che i richiedenti debbono essere disposti a integrarsi nella nostra cultura, imparando lingua e Costituzione nonché consuetudini.
Naturalmente, vanno prima regolarizzate le decine di migliaia di immigrati che circolano a piede libero come fantasmi, perché non risultano iscritti alle anagrafi dei Comuni. Il Governo non può che bloccare l’immissione di nuovi immigrati fino a quando non è emersa con chiarezza la situazione di coloro che sono qui indesiderati, fra i quali dovrà esser fatta la selezione in modo che chi può restare venga registrato e chi non ha i requisiti venga rimpatriato.

Falsi e ignoranti predicatori ricordano gli emigrati italiani degli anni Cinquanta soprattutto del Sud, che andavano in gran parte in Germania, Belgio e Stati Uniti. Questi mistificatori, però, non dicono l’elemento fondamentale che differenzia questa situazione da quella, e riguarda il fatto che in quei Paesi nessuno poteva arrivare e risiedere se non richiamato da parenti e con la possibilità di un lavoro. Questi sono gli elementi differenti. In quei Paesi, clandestini non ve n’erano, ma solo immigrati regolari, conosciuti dalle Istituzioni, che lavoravano e producevano quanto a loro serviva.
Non si ricordano, a memoria d’uomo, episodi di delinquenza fra i lavoratori italiani. Caso diverso riguarda i comportamenti di extracomunitari e in qualche caso di comunitari dell’Est.
Un Paese ordinato che vuole svilupparsi deve dare dimostrazione che amministra i rapporti dei membri della propria Comunità con equità, buonsenso e giustizia, senza discriminare i propri cittadini in base a censo, ricchezza, potere e appartenenza, ma non mescolando immigrati e clandestini.

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