Governatori, americanismo dei cattivi giornalisti - QdS

Governatori, americanismo dei cattivi giornalisti

Carlo Alberto Tregua

Governatori, americanismo dei cattivi giornalisti

mercoledì 22 Agosto 2018 - 00:00

Fuorviante comunicazione

Governatori sono i capi degli Stati che compongono la Confederazione degli Stati Uniti d’America. Sono cinquanta ed eletti direttamente dal popolo con il suffragio universale. Hanno la responsabilità di una investitura popolare per la quale devono rispondere ai propri elettori. Durano in carica quattro anni e sono rieleggibili una sola volta come per il Presidente degli Stati Uniti.
Non si capisce perché scimmiottando quel sistema istituzionale, da qualche anno i giornalisti definiscano governatori i presidenti delle Regioni.
C’è forse una sorta di deminutio chiamando presidente e non governatore chi è stato eletto dal popolo? Non ne capiamo la ragione. Forse perché non abbiamo una sufficiente visione di come si fa il cosiddetto giornalismo moderno, più basato sulla comunicazione che non sul riporto di notizie certe e controllate, obiettive e complete.
La nostra professione degrada, come tante altre professioni, anche perché la concorrenza dei siti on line è diventata spietata e anche perché essi non sono redatti da giornalisti ma da tante persone che si improvvisano comunicatori.
Ora, che non professionisti per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, sparino termini e frasi senza contenuto pratico, si può anche capire e magari non condividere, ma che i professionisti, anziché creare un argine all’ignoranza di ritorno che sta rovinando intere generazioni, la seguano, è un comportamento inaccettabile.
Vi sono poi i casi di tanti giornalisti che hanno ottenuto ricchi contratti dalla televisione pubblica e privata, non più come tali ma come “artisti”. Non abbiamo sentito muovere osservazioni a queste variazioni sul tema, nonostante “gli artisti” fanno i giornalisti perché pongono domande nel seno di interviste, tra l’altro ben fatte.
Ricordiamo che l’Ordine nazionale dei Giornalisti e gli ordini regionali hanno la funzione di tutelare i cittadini e non i propri iscritti, tanto che quando essi vanno fuori dalle regole, vengono sottoposti a una sorta di processo.
Dovrebbero ricordare non solo gli aspetti penali, ma soprattutto i comportamenti, che siano in aderenza al Testo Unico dei Doveri del 27 gennaio 2016.
Perché ci interessa affrontare questo argomento sotto il caldo agostano? Perché l’informazione, tutelata dall’articolo 21 della Costituzione, è la linfa vitale della democrazia. Senza informazione di qualità, soprattutto vera e aderente ai fatti, i cittadini vengono spinti verso errori di interpretazione, e quindi facendosi un’opinione diversa dalla realtà dei fatti, alla fine esprimono un sentimento, spesso sbagliato, dovuto all’ignoranza più che alla valutazione lucida degli stessi.
La materia dell’informazione è estremamente delicata. Ci vuole coscienza, sapienza, intelligenza per utilizzarla adeguatamente, soprattutto in maniera eticamente corretta.
Vi è tanta gente che va nella direzione opposta e cioè che volutamente diffonde informazioni sbagliate e scorrette per averne un tornaconto: andrebbe cacciata.
Dunque l’Italia ha venti governatori e non presidenti di Regione, forse perché un giornalista quando intervista uno di essi si riempie la bocca con questa parola, perché le sue cinque sillabe consentono di prolungare il suono: go-ver-na-to-re. O forse per ingraziarsi l’interlocutore, non già per rivolgergli domande precise, puntuali ed anche pungenti, perché queste gli alienerebbero la simpatia.
Dicevano Indro Montanelli e l’altro compianto maestro del giornalismo, Enzo Biagi, che l’Italia è la patria del diritto ma anche del rovescio, ove “tutti tengono famiglia” e il cosiddetto “volemose bene” supera i doveri ed il rispetto che bisogna avere per il prossimo.
Non ci capiterà mai di interpellare un presidente della Regione con la parola Governatore: ci sembrerebbe ridicolo come il verso di una scimmietta. Pensiamo invece a cosa chiedergli, perché adempia con puntualità al proprio dovere, sottolineando come la sua azione sia conforme o meno alle promesse elettorali.

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