Le dimissioni? Lusso da galantuomini - QdS

Le dimissioni? Lusso da galantuomini

Carlo Alberto Tregua

Le dimissioni? Lusso da galantuomini

martedì 02 Febbraio 2010 - 00:00

I giudici non sono un plotone d’esecuzione

Salvatore Cuffaro, quando fu condannato in primo grado a cinque anni di reclusione, si dimise da presidente della Regione. Ottaviano Del Turco, presidente della Regione Abruzzo, fu dimesso in occasione della sua vicenda giudiziaria. Flavio Delbono, il giorno dopo lo scoppio dello scandalo, si è dimesso da sindaco di Bologna.
L’istituto delle dimissioni è diventato desueto ai giorni nostri, tanto che sorprende quando viene utilizzato. Il sottosegretario Nicola Cosentino, raggiunto dall’inchiesta giudiziaria, non solo non si è dimesso, ma ha avuto la tracotanza di continuare a proporsi come candidato alla presidenza della Regione Campania.
Sembra l’atmosfera precedente quella dello scoppio di Mani pulite, quando Bettino Craxi definì Mario Chiesa un mariuolo, come fosse un appestato isolato. La cancrena della corruzione era invece diffusa in tutto il tessuto partitocratico, contro il quale abbiamo scritto per anni.

Alcuni pubblici ministeri di certe Procure hanno uniformato le loro azioni a una battaglia politica che nulla ha a che fare con l’applicazione delle leggi. Ricordiamo che la Costituzione denomina Ordinamento e non Potere quello giudiziario. Fra Ordinamento e Potere vi è una grande differenza. Ma nella maggior parte dei casi, i pubblici ministeri che non vogliono successivamente fare carriera politica – come Di Pietro e De Magistris, Casson e D’Ambrosio – agiscono con buonsenso e misura.
Nel processo penale vi sono molteplici garanzie per l’imputato: dal Gip al Tribunale del riesame, agli appelli nei vari gradi di giudizio.
È del tutto fuori luogo, quindi, l’affermazione di Silvio Berlusconi che i giudici possono considerarsi un plotone d’esecuzione. è peraltro vero che il Cavaliere è stato oggetto di numerose inchieste da quando è diventato soggetto politico. Tuttavia, nessuno ha ancora spiegato il processo di accumulo di ricchezze di una persona, sicuramente capacissima, che da Pianista sull’oceano è diventato multimiliardario di euro in una quarantina di anni. E probabilmente nessuno riuscirà a spiegarlo neanche in futuro.

Le dimissioni, scrivevamo prima, sono un lusso da galantuomini, se presentate immediatamente. Questo perché chi riveste incarichi istituzionali non deve consentire che il minimo sospetto lo sfiori, come per la moglie di Cesare. Nascondersi dietro l’alibi delle inchieste che scattano a orologeria è uscire fuori dal binario dell’onestà, anche se può esser vero che le sveglie vengano puntate.
La regola democratica e costituzionale che bisogna difendersi nei processi, e non dai processi, obbliga tutti i cittadini a essere assoggettati al loro giudice naturale. D’altra parte, però, non è consentito, in una democrazia, che un processo penale duri oltre un ragionevole tempo di cinque o sei anni, come accade in tutta Europa. Denominare corto un tempo certo che arriva fino a dieci anni è ridicolo. Ma il paletto va fissato, fermo restando che bisogna mettere in atto tutti i rimedi necessari affinché organizzazione, efficienza, informatizzazione ed efficacia siano diffusi in tutta la macchina giudiziaria.
Per esempio, è del tutto logico che le 25 Corti d’appello e centinaia di Tribunali vengano gestiti da direttori generali del ministero della Giustizia e non da magistrati, che hanno normalmente un’eccellente preparazione giuridica ma non le necessarie competenze per fare i manager, cioè per gestire risorse umane, finanziarie, logistiche e strumentali.

L’istituto delle dimissioni dovrebbe diventare cogente, nel senso che la legge ne preveda l’obbligatorietà in particolari circostanze. Di modo che i responsabili delle istituzioni che non fossero sensibili, non potrebbero, con scuse di qualunque genere, restare nell’incarico.
La decadenza degli alti livelli della nostra Repubblica è conseguenza della perdita dei valori morali che devono guidare, come una stella polare, le azioni di coloro che gestiscono il potere-dovere di amministrare la Cosa pubblica. Sanzioni politiche effettive dovrebbero essere messe a carico di chi non ha cultura morale e non possiede neanche i rudimenti di un’etica senza della quale non dovrebbe approdare ai gradini più alti degli incarichi pubblici.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commenta

Registrazione n. 552 del 18-9-1980 Tribunale di Catania
Iscrizione al R.O.C. n. 6590


Ediservice s.r.l. 95126 Catania - Via Principe Nicola, 22

P.IVA: 01153210875 - Cciaa Catania n. 01153210875


SERVIZIO ABBONAMENTI:
servizioabbonamenti@quotidianodisicilia.it
Tel. 095/372217

DIREZIONE VENDITE - Pubblicità locale, regionale e nazionale:
direzionevendite@quotidianodisicilia.it
Tel. 095/388268-095/383691 - Fax 095/7221147

AMMINISTRAZIONE, CLIENTI E FORNITORI
amministrazione@quotidianodisicilia.it
PEC: ediservicesrl@legalmail.it
Tel. 095/7222550- Fax 095/7374001

Direttore responsabile: Carlo Alberto Tregua direttore@quotidianodisicilia.it

Raffaella Tregua (vicedirettore)
vicedirettore@quotidianodisicilia.it

Dario Raffaele (redattore)
draffaele@quotidianodisicilia.it

Carmelo Lazzaro Danzuso (redattore)
clazzaro@quotidianodisicilia.it

Patrizia Penna (redattore)
ppenna@quotidianodisicilia.it

Antonio Leo (redattore)
aleo@quotidianodisicilia.it

redazione@quotidianodisicilia.it

Telefono 095.372684