Spesa sanitaria pubblica, in Sicilia 1.821 euro procapite - QdS

Spesa sanitaria pubblica, in Sicilia 1.821 euro procapite

Maria Francesca Fisichella

Spesa sanitaria pubblica, in Sicilia 1.821 euro procapite

mercoledì 14 Novembre 2018 - 12:00
Spesa sanitaria pubblica, in Sicilia 1.821 euro procapite

Cittadinanzattiva-Tribunale dei diritti del malato: i dati del VI Osservatorio civico sul federalismo in sanità. Disuguaglianze consolidate tra regione e regione. In Emilia Romagna la spesa è di 2.120 € procapite

ROMA – È di 1.821 euro la spesa sanitaria pubblica regionale pro capite 2017 per la Sicilia, contro i 2.120 dell’Emilia Romagna. Sono le “consolidate” disuguaglianze su tempi d’attesa, gestione della cronicità, accesso a farmaci innovativi, coperture vaccinali e screening oncologici le dolenti note emerse dal VI Osservatorio civico sul federalismo in sanità, presentato da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato nei giorni scorsi.
Si guarderà, qui, in dettaglio alle disuguaglianze e in particolare alle informazioni emerse sulla Sicilia puntando l’attenzione su voci quali: la spesa sanitaria pubblica, la spesa privata e il super ticket.
L’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul Pil passa dal 7,1 per cento del 2010 al 6,5 per cento del 2018, sino ad attestarsi al 6,3 per cento (come previsione) del 2020. In particolare, la spesa sanitaria pubblica regionale pro capite 2017 oscilla tra valori decisamente inferiori come quelli della Campania (1.770), della Calabria (1.808) e più elevati come quelli di Emilia Romagna (2.120), Liguria (2.124), Molise (2.142), PA Bolzano (2.430), PA Trento (2.329), per citare qualche esempio delle difformità presenti nel nostro Servizio sanitario pubblico. Il valore che si registra per la Sicilia è di 1.821 euro, poco più della Calabria.
Non è diversa la situazione per quanto riguarda la spesa sanitaria mensile a carico delle famiglie. La media nazionale si attesta sui 114 euro. Ma sono significative le differenze da regione a regione: 128 euro in Umbria, 118 euro in Emilia Romagna, 127 euro in Veneto, 159 euro in Lombardia, contro i 64 euro della Campania. E in Sicilia? La media rilevata è di 86.2 euro.
Le cose non vanno meglio se si parla di super ticket. Di cosa si tratta?
È stata verificata la costante contrazione del gettito per lo Stato che deriva, in particolare, dai ticket sulle prestazioni di specialistica ambulatoriale, sul pronto soccorso e su altre prestazioni ad esclusione di quelle farmaceutiche. Il gettito annuo per lo Stato passa, infatti, da oltre 1,548 mld di euro del 2012 a poco più di 1,336 mld del 2017, cioè 212 milioni di euro in meno. E in tutto questo è il ticket sulle prestazioni di specialistica ambulatoriale a subire la maggiore contrazione negli anni: basti pensare che solo nel 2017 sono entrate nelle casse dello Stato 14 milioni di euro in meno rispetto al 2016. La ragione – si legge nel dossier – sarebbe da imputare al “Super Ticket”, cioè la quota fissa per ricetta pari a 10 euro, applicata con Decreto Legge 98 del 2011. Si tratta di una misura che – continua lo studio – oltre ad ostacolare l’accesso alle prestazioni da parte dei cittadini, che già fanno i conti con le lunghe liste di attesa, impoverisce i redditi delle famiglie e traghetta risorse e assistiti dal servizio sanitario pubblico al canale privato. Per una serie di prestazioni più a basso costo, infatti, proprio per via del superticket può risultare economicamente più conveniente svolgere la stessa prestazione in regime privato.
Una situazione, questa, sulla quale è intervenuta anche la Corte dei Conti e l’Agenas. è da dire, però, che, la normativa che ha introdotto il super ticket ha previsto anche la possibilità, per le regioni, di prendere in considerazione misure alternative ai 10 euro sulla ricetta, ma con effetto finanziario equivalente. Si sono avvalse di questa possibilità solo sette regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Basilicata, a cui si è aggiunto recentemente anche l’Abruzzo. La Sicilia non è tra queste, al momento. Ancora un aspetto, dunque, che rafforza le disuguaglianze che caratterizzano il Servizio sanitario nazionale.

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