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Sicilia povera pur con 23 miliardi dallo Stato

Paola Giordano

Sicilia povera pur con 23 miliardi dallo Stato

martedì 27 Novembre 2018 - 04:00
Sicilia povera pur con 23 miliardi dallo Stato

Mef, pubblicato lo studio annuale sulla spesa statale regionalizzata (anno 2016): investimenti, trasferimenti ad amministrazioni ed enti pubblici, ma anche stipendi. L’Isola è terza nella classifica delle regioni italiane che ricevono i più ingenti trasferimenti

PALERMO – C’è un primato (negativo) che si mantiene costante in Sicilia, ovvero quello di conquistare gli ultimi posti in tutti i settori, nessuno escluso: dall’occupazione all’efficienza della pubblica amministrazione, dal tasso infrastrutturale alla gestione dei rifiuti, dalla messa in sicurezza del territorio, fino ad arrivare alla spesa dei fondi Ue.
È vero che la classe politica isolana lamenta che, su un quadro di tale desolazione, pesano come un macigno gli oneri relativi al concorso per il risanamento della finanza pubblica nazionale che la Regione elargisce allo Stato e che mettono a dura prova ulteriormente le già disastrate casse regionali: basti pensare che tra il 2015 e il 2018 i trasferimenti hanno raggiunto un ammontare di circa 5,7 miliardi di euro. Ed è vero pure che non aiuta neanche il fatto che lo Stato incassa anche una grossissima fetta del gettito siciliano recuperato da Irpef ed Iva.
Proprio su questi temi si sta battendo strenuamente l’attuale governo regionale che sostiene la necessità di introdurre il federalismo fiscale, scontrandosi con le posizioni di coloro i quali sostengono che questa tipologia di riorganizzazione del gettito debba essere destinata soltanto alle amministrazioni “virtuose”: “Il merito – come ha sostenuto il vicepresidente della Regione siciliana e assessore regionale all’Economia, Gaetano Armao, nel corso del suo recente intervento alla Scuola di Democrazia di Aosta – non può fungere da criterio esclusivo per decretare un’autonomia sul piano finanziario perché esistono una serie di variabili che tale criterio non include, prima fra tutte il residuo fiscale”.
È anche vero, però, che lo Stato a cui abbiamo trasferito nel 2016 complessivamente 8,2 miliardi (1,2 miliardi di contributo alla finanza pubblica e 7 miliardi di gettito fiscale), di miliardi ce ne ha assegnati ben 22,9. A rivelare la cospicua cifra è il ministero dell’Economia, che nel dossier relativo alla spesa statale regionalizzata relativa al rendiconto 2016, mostra per l’appunto che alla Sicilia è spettato un decimo dell’importo complessivo destinato alle Regioni. Sopra di noi ci sono il Lazio e la Lombardia: al primo spetta il 14,7 per cento della spesa complessiva, alla seconda l’11,4 per cento. Percentuali che, tradotte in euro, equivalgono rispettivamente a circa 33,1 e 25,7 miliardi.
C’è dunque chi percepisce più di noi ma è da tenere conto che la quota spettante alla regione in cui è presente la capitale comprende anche le spese per i ministeri e che quella che è toccata alla cugina Lombardia serve a fronteggiare i costi di una regione che ha il doppio dei nostri abitanti e quasi quattro volte il numero dei comuni esistenti in Sicilia (1.517 contro i nostri 390, appunto).
Alla luce di questi dati, com’è possibile che la nostra Regione continui ad essere la Cenerentola d’Italia e d’Europa?

Rinegoziazione degli accordi tra Stato e Regione al centro dell’agenda di governo
La ricetta del governo Musumeci per la rinascita dell’Isola parte dal federalismo fiscale. Non geometrie variabili ma federalismo omogeneo. Il vice presidente della Regione siciliana e assessore regionale all’Economia, Gaetano Armao, lo ha ribadito con forza anche nel corso del suo recente intervento alla Scuola di democrazia di Aosta.
Il punto focale su cui si batte l’attuale amministrazione regionale è il fatto che non si possa distinguere “una meritevolezza sul piano della virtuosità finanziaria sull’autonomia. Se lo facessimo per il nostro Stato – spiega l’assessore – ne verrebbe fuori un’antitesi rispetto alla tesi di chi sostiene che lo Stato italiano possa gestire la propria autonomia solo se se la merita finanziariamente. Lo stesso vale per le Regioni: le patenti sono importanti per assegnare misure correttive ma non sono certo elementi di discrasia o di discrezione tra un’autonomia meritata e un’autonomia non meritata”.
Anche perché, sostiene Armao, “la Sicilia attraverso il contributo al risanamento della finanza pubblica negli ultimi otto anni ha versato allo Stato 10 miliardi”.
Gli ultimi risultati in termini di rating registrati dall’Isola mostrano inoltre un cambio di rotta: “La circostanza – spiega Armao – che il sistema regionale italiano sia stato tutto declassato in termini di rating tranne la Sicilia e il Lazio, che invece hanno avuto confermati i loro rating, credo sia un dato. Perché hanno fatto, soprattutto nell’ultimo decennio, nel settore sanitario passi in avanti di risanamento che sono stati riconosciuti. Moody’s nel suo rapporto ci dice che laddove la Sicilia non fosse stata in Italia, quindi non avesse subito il downgrade che hanno subito le altre Regioni, avrebbe avuto un upgrade”.
“Mi dispiace pensare – prosegue – che siccome le sedi delle grandi aziende nazionali sono a Milano o a Roma e queste aziende fatturano in tutto il Paese, compresa una regione come la Sicilia che ha cinque milioni di abitanti, in violazione di una norma dello Statuto siciliano, quelle aziende non lascino quota parte del gettito che matura sul loro fatturato in Sicilia nella Regione. È chiaro che se la norma fosse rispettata i numeri cambierebbero. Non si può procedere a spizzichi e bocconi, con ognuno che si porta a casa un pizzico di funzioni, senza pensare che il nostro sia un Paese spaccato in due: se si deve rinegoziare l’assetto delle competenze vanno rivisti i profili di perequazione”.
“La l. 42/2009 in merito alla perequazione infrastrutturale e agli interventi sull’asimmetria del Paese – conclude Armao – non ha fatto un bel nulla. Non è immaginabile che gli eventuali interventi che refluiscono sul gettito delle Regioni speciali debbano essere compensati. È necessario che il federalismo proceda in modo omogeneo: un federalismo asimmetrico, a geometrie variabili non è accettabile né concepibile”.
Ragionamenti che non fanno una piega ma tra il dire e il fare c’è di mezzo una Sicilia in alto mare.

Iva e Irpef: circa 7 miliardi sottratti alla Sicilia
L’attuale governo ha fatto della rinegoziazione dei trasferimenti regionali allo Stato uno dei cavalli di battaglia della propria linea politica.
E non a torto perché, secondo i dati riportati nel Defr 2018/2020, infatti, con gli accordi del 20 giugno 2016 e del 12 luglio 2017, la Regione, unitamente ad una serie di clausole che prevedevano l’assunzione di obblighi in capo alla stessa sotto il profilo del risanamento del bilancio, ha sottoscritto con lo Stato, un’Intesa che modifica il criterio di riparto del gettito dell’Irpef e dell’Iva, riducendo la spettanza regionale sui due tributi in una percentuale di compartecipazione, anziché l’intero gettito come previsto dall’art. 36 dello Statuto siciliano, il cui primo comma recita “al fabbisogno finanziario della Regione si provvede con i redditi patrimoniali della Regione e a mezzo di tributi, deliberati dalla medesima”, riservando allo Stato solo le imposte di produzione e le entrate dei tabacchi e del lotto (comma 2).
E dall’art. 37 dello stesso testo, che stabilisce che l’imposta relativa alla quota del reddito da attribuire agli stabilimenti ed impianti delle imprese industriali e commerciali, compete alla Regione ed è riscossa dagli organi di riscossione della medesima”.
Il che, tradotto in cifre, vuol dire che lo Stato incamera all’incirca 7 miliardi all’anno che, per Statuto, dovrebbero spettare, invece, alla Regione siciliana.

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