Giuseppe Girlando: "Così il Comune di Catania è finito in dissesto finanziario" - QdS

Giuseppe Girlando: “Così il Comune di Catania è finito in dissesto finanziario”

Giuseppe Girlando

Giuseppe Girlando: “Così il Comune di Catania è finito in dissesto finanziario”

sabato 05 Gennaio 2019 - 06:00
Giuseppe Girlando: “Così il Comune di Catania è finito in dissesto finanziario”

Seconda e ultima parte dell’analisi dell’ex assessore al Bilancio sulle cause che hanno portato la Città dell’Elefante al default

2a e ultima puntata
All’indomani della deliberazione della Corte dei Conti che ha chiesto l’avvio della procedura di dissesto per il Comune di Catania si è assistito ad una congerie di dichiarazioni e prese di posizioni tutte motivate da piccole logiche di politica locale. E sulla base di affermazioni errate, ma non contestate da nessuno, si è costruito un racconto dell’accaduto falso e fuorviante.
Questa visione miope che, in accordo con i tempi attuali tempi è alla ricerca spasmodica di colpe e del cattivo di turno, fregandosene della comprensione delle cause, non solo ha nascosto una parte importante di verità, ma anche alimentato la tesi, sicuramente consolatoria, secondo cui il dissesto, come il fuoco purificatore, consenta di cancellare d’incanto il fardello di un lunghissimo passato rendendo finalmente libera la città.
Temo, ma mi auguro comunque di sbagliare, che non sia così. O meglio se non si riesce a comprendere con esattezza le origini e le cause della crisi finanziaria del Comune di Catania, come di quella in cui si trovano la maggior parte dei Comuni del mezzogiorno d’Italia, il dissesto, non sarà servito a nulla se non a peggiorare ulteriormente lo stato dei servizi resi ai cittadini.
Per parlare della situazione finanziaria del Comune di Catania è necessario partire dalla domanda: “per quale motivo la Corte dei Conti ha chiesto il dissesto?” e smascherare una “bufala” passata come verità incontestata: che l’amministrazione Bianco abbia incrementato i debiti di 500 milioni portandoli ad un miliardo e 600 milioni.
La Corte dei Conti non ha chiesto il dissesto in ragione di un inesistente incremento di debiti. Lo ha chiesto – pur con ragionamenti non tutto condivisibili – perchè ha ritenuto errate e non sostenibili le previsioni del piano di riequilibrio del 2013.
IL RIACCERTAMENTO STRAORDINARIO
L’applicazione nel 2015 dei nuovi principi contabili
Nel 2015 sono entrati in vigore i nuovi principi della contabilità armonizzata previsti dal D.Lgs. n.118/2011. Spiegato in maniera assai sintetica: con i nuovi principi gli Enti locali d’ora in avanti potranno spendere ed obbligarsi soltanto nei limiti di quanto effettivamente incassato e non di quanto presunto, come accadeva nel passato. Con il nuovo sistema si creano più vincoli al momento della redazione dei bilanci di previsione e si riduce la possibilità di impegnare spese in misura eccedente alla effettiva capacità di riscuotere le entrate previste.
Secondo la Corte dei Conti – sezione autonomie – deliberazione n.31/2016 Il riaccertamento straordinario dei residui è l’operazione diretta ad adeguare al principio contabile generale della competenza finanziaria ed svolge un ruolo fondamentale, per il perseguimento dell’obiettivo principale dell’armonizzazione contabile, ovvero la trasparenza e veridicità dei conti. In quest’ottica è stato sottolineato che un corretto riaccertamento straordinario dei residui – dal lato sia delle entrate che delle spese – e l’istituzione di un “idoneo” fondo crediti di dubbia esigibilità, costituiscono strumenti basilari per un corretto avvio della nuova contabilità e per la salvaguardia dell’equilibrio unitario della finanza pubblica.
Questa premessa per rilevare come, a fine 2015, il Comune di Catania, oltre a dovere affrontare il problema di un piano errato al 50% si sia trovato a non potere mancare il passaggio fondamentale, per l’equilibrio dei bilanci futuri, al nuovo sistema contabile ed al necessario corollario del riaccertamento fondamentale. Ed è infatti assai singolare che la Corte dei Conti siciliana nella decisione 153 del 2018 (pag. 23) giudichi negativamente il riaccertamento straordinario compiuto dal Comune di Catania ed il conseguente ammortamento trentennale del disavanzo tecnico conseguente, ipotizzando, peraltro con posizione assai retrograda, profili di illegittimità costituzionale della norma.
Il disavanzo da riaccertamento straordinario non poteva essere sommato al disavanzo ordinario e non poteva essere utilizzato come prova dell’aggravamento delle condizioni finanziarie del Comune di Catania La Corte infatti, sommando dati non sommabili, ha ritenuto che in ragione del riaccertamento straordinario il disavanzo del Comune di Catania fosse aumentato di ulteriori 411 milioni. L’unico aspetto che la Corte avrebbe dovuto tenere conto era invece un altro: e cioè se il Comune fosse in grado di reggere la quota di ammortamento annuale del Fondo crediti dubbia esigibilità creato dopo il riaccertamento. E il Comune era in grado di sostenere tale ulteriore onere. Il rendiconto del 2016 riduce il disavanzo pur comprendendo la detta quota di ammortamento. Mi spiace che questo aspetto non sia stato segnalato.
Peraltro il legislatore aveva previsto espressamente, anche per evitare tali formalistiche ed ingiustificate questioni, che i Comuni in predissesto potessero riformulare i piani anche per tenere conto del riaccertamento straordinario. Riformulazione che il Comune di Catania ha compiuto con il piano del 2016, rimasto nei cassetti del Ministero dell’Interno. Peraltro è da segnalare che – enucleando il disavanzo tecnico da riaccertamento straordinario che ha vita diversa da quella del piano – il disavanzo del Comune di Catania nel 2016 era sceso a 102 milioni dai 140 del 2012. I più curiosi potranno rilevare che nel piano originario la copertura del disavanzo del 2012 era prevista, in minima parte a partire dall’anno 2017. Invece già nel 2016, in anticipo sui tempi si era proceduto a ridurre il disavanzo originario.
La posizione assunta dalla Corte dei Conti sul caso Catania appare difficilmente comprensibile se si guarda ad altra delibera della stessa Magistratura che, a sezioni riunite nel giudizio di parifica del rendiconto generale della Regione Sicilia 2015, argomentando sul riaccertamento straordinario ha precisato che “Tale diffuso sforzo operativo, fattivamente coordinato dalla Ragioneria generale della Regione, appare quale chiaro indice della consapevolezza che l’avvio dell’armonizzazione delle regole contabili e degli schemi di bilancio, costituisce una irripetibile occasione per rendere più leggibili i conti degli enti territoriali, anche al fine del consolidamento della finanza pubblica”.
Una doverosa ultima notazione, il riaccertamento con i suoi obbligatori risultati avrebbe dovuto essere compiuto comunque, con il Comune in dissesto o in predissesto o senza dissesto. è neutrale e così avrebbe dovuto essere interpretato.
LE CAUSE (E NON LE COLPE) DEL DISSESTO
Le difficoltà finanziarie di un Comune sono l’epilogo di cause tra di loro strettamente connesse manifestatesi nel corso di anni.
I Comuni costituiscono l’ultimo anello di una catena di collegamenti finanziari che coinvolgono prioritariamente lo Stato e la Regione.
Il livello nazionale
Nel corso di un dibattito ho avuto modo di apprezzare alcuni dati forniti dal Prof. Roberto Cellini della facoltà di Economia dell’Università di Catania.
Il ricorso alla procedura di riequilibrio pluriennale (nel periodo 2012-2017) ha interessato in misura assolutamente preponderante i comuni del meridione d’Italia (Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia).
Escludendo poco scientifiche spiegazioni basate sulla diversità della natura umana su base geografica, appare chiaro che la crisi finanziaria degli enti locali del sud Italia possa trovare un ulteriore elemento causale anche nel grado di ricchezza del territorio di riferimento e dei suoi abitanti.
Se ciò è vero, bisogna interrogarsi se e in che modo i cambiamenti avvenuti negli ultimi anni possano avere inciso sulle capacità finanziarie dei Comuni.
Dal 2000 in poi il sistema finanziario degli enti locali è stato interessato da due grandi interventi normativi: il federalismo fiscale e la spending review. La combinazione di questi due elementi ha dato la spallata finale ai già claudicanti comuni (e province) meridionali.
Con il Federalismo fiscale la maggior parte delle entrate dei Comuni non sono più date dai trasferimenti dello Stato distribuiti con pari uguaglianza e proporzionalità da Trieste a Pachino, ma dagli incassi dei tributi locali.
È evidente che ove il reddito medio pro capite sia basso o vicino ai livelli di povertà, l’Ente locale, non potendo riscuotere per intero le tasse sperate, incasserà di meno rispetto a quanto accadeva col sistema precedente. Secondo alcuni recenti dati nei più grandi comuni del Meridione una famiglia su cinque rientra tra i parametri per ottenere il prospettato reddito di cittadinanza.
In mancanza di un efficace intervento di perequazione da parte dello Stato, previsto peraltro dalla stessa normativa sul federalismo fiscale ma mai compiutamente attuato, i cittadini delle zone più povere non potranno che ricevere minori servizi rispetto a quelli di altri territori.
E questo, purtroppo, sarà così anche dopo il dissesto essendo la capacità di spesa collegata alla capacità di riscossione delle entrate.
Il secondo elemento negativo che ha compresso la capacità degli locali meridionale è stata la c.d. spending review che ha ulteriormente ridotto i trasferimenti erariali già ridotti in virtù del federalismo fiscale.
Su 25 miliardi di risparmi di spesa ottenuti da tale azione, quasi la metà (12 miliardi) è stata realizzata con tagli ai Comuni. In misura enormemente esorbitante rispetto al peso del debito pubblico detenuto da tale enti locali (solo il 7%). Lo Stato ha, quindi, penalizzato in misura eccedente proprio i Comuni “risparmiando” le altre articolazioni: Governo centrale e Regioni.
E ciò, si badi bene, a fronte di un incremento dei compiti via via assegnati agli enti locali, unico e vero front-office dello Stato.
Il livello regionale
Dai dati ufficiali sopra richiamati è emerso un altro elemento che necessità di attenzione. Le regioni in cui si sono avuti meno dissesti e ricorso alle procedure di predissesto sono quattro: Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli e Sardegna. E cioè tutte regioni a statuto speciale. Può dirsi che le regioni a Statuto speciale, con una sola eccezione, hanno saputo meglio proteggere le proprie comunità locali? Non è facile rispondere. Però è da segnalare come la Regione Sicilia ha in effetti pesantemente ridotto i propri trasferimenti agli enti locali.
Il Comune di Catania, come tutti i Comuni siciliani, dopo il primo gravoso taglio subito nel 2012, ha avuto un’ulteriore riduzione di 8 milioni di euro, annui, a far data dal 2014 (riduzione che ha contribuito in maniera significativo a rendere più complicata la tenuta del Piano di riequilibrio). La Regione Sicilia, così “cattiva matrigna” nei confronti dei propri enti locali, si è mostrata, invece, di manica larga nei confronti dello Stato rinunziando a crediti nei confronti dello Stato per un ammontare complessivo di circa 4 miliardi, in occasione del riaccertamento straordinario del 2015. E lì senza che nessuno esprimesse dubbio alcuno sulla doverosità di tale rinunzia. E sugli effetti a cascata sulla tenuta del sistema delle autonomie.
La Regione siciliana, come ampiamente dimostrato nella delibera di Giunta regionale n. 197 del 15/5/2018 subisce da anni la sottrazione di ingenti risorse finanziarie da parte dello Stato, conseguenza di una incompleta ed errata applicazione degli artt. 36 e 37 dello Statuto; sempre la delibera informa, inoltre, che il mancato trasferimento delle accise relativamente al prodotto immesso e consumato in Sicilia ammonta , secondo calcoli da aggiornare, a 1.191.217,918 euro.
Il complessivo impatto finanziario negativo per la Regione siciliana è analiticamente evidenziato nel volume “ Redimibile Sicilia- L’autonomia dissipata” di Gaetano Armao, oggi assessore regione all’Economia. Come è noto inoltre la Sicilia continua a subire le penalizzazioni finanziarie conseguenti alla mancata attuazione della L. n. 18/2017 , che avrebbe dovuto avviare finalmente la corretta ripartizione tra le regioni italiane delle spese ordinarie in conto capitale, e della corretta distribuzione tra le regioni italiane delle spese correnti che, come certificato da Prometeia ( cfr. Relazione sulla situazione Economica della Regione Siciliana 2015) pone la Sicilia all’ultimo posto in Italia in rapporto agli abitanti. Stupisce che queste così penetranti riflessi finanziari non abbiano mai trovato la indispensabile collocazione valutativa in occasione delle verifiche alle quali sono sottoposti gli enti locali siciliani.
Il livello comunale
Ci sono, certo, forti e chiare cause locali. Da un lato ci sono le centinaia di milioni di debiti fuori bilancio, frutto tardivo della stagione degli espropri fatti male – e di una legislazione spropositatamente a vantaggio dei soggetti espropriati – dei lavori pubblici gestiti peggio e delle convenzioni capestro sulla erogazione di servizi socio assistenziali. Una stagione in gran parte conclusa e di cui si piangono le ultime conseguenze.
C’è poi il problema non ancora risolto di un efficace e aggiornato sistema di accertamento delle imposte. Ma li la costante riduzione dei dipendenti comunali impone la ricerca di nuovi strumenti. Dall’altro, come già detto, la difficoltà di incassare quanto effettivamente dovuto.
Il federalismo fiscale ci ha raccontato la favola che finalmente ogni amministratore sarebbe stato giudicato in base ai risultati economici conseguiti. Ciò, invero, è possibile solo dove esista una alta propensione al pagamento dei tributi locali da parte dei cittadini. Cosa che per la legge dei grandi numeri avviene soltanto dove c’è un sufficiente reddito pro-capite.
Dove c’è povertà, non c’è pagamento spontaneo. E non può funzionare neanche l’attività di riscossione coattiva.
Certo ci sono anche i comportamenti opportunistici che si combattono con adeguati strumenti. Però se leggiamo la deliberazione della Corte dei Conti n.11/2016 Sezione Centrale di Controllo sul sistema di riscossione dei tributi erariali si scopre che la capacità di riscossione coattiva media dello Stato è dell’1% sui ruoli affidati agli esattori.
Se non ce la fa lo Stato, come possono farcela i Comuni? E se è così, non è stato un errore avere trasferito sui Comuni il rischio dell’incasso dei tributi, dilatando in tal modo il distacco delle diverse realtà economiche del paese? E così facendo diventare la povertà parametro della colpa e della cattiva amministrazione.

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