Sicilia nella classifica dei grandi evasori fiscali - QdS

Sicilia nella classifica dei grandi evasori fiscali

Eleonora Fichera

Sicilia nella classifica dei grandi evasori fiscali

giovedì 17 Gennaio 2019 - 07:00
Sicilia nella classifica dei grandi evasori fiscali

Cgia di Mestre: l’Isola al terzo posto dopo la Campania e la Calabria. Il rapporto reddito-consumi equivale a 8,2 miliardi su un totale monstre di 113. Nel 2017 recuperato un decimo dell’imposta accertata in seguito a segnalazione dei Comuni

PALERMO – Nel nostro Paese per ogni 100 euro di gettito fiscale, 16 restano nelle tasche dei “furbetti” che evadono le tasse. A certificarlo la Cgia di Mestre che, elaborando gli ultimi dati forniti dall’Istituto nazionale di statistica relativi alla cosiddetta “economia non osservata” (anno 2015) ha stimato che l’evasione fiscale crea in Italia un vuoto di circa 113 miliardi di euro.
L’ammontare delle tasse evase pesa più al Sud che al Nord. Le prime quattro regioni nella classifica dei “grandi evasori” sono, infatti, tutte meridionali. Sul podio, al terzo posto dopo Calabria e Campania, troviamo la Sicilia.
Secondo i dati diffusi da Cgia Mestre, per ogni 100 euro incassati nella nostra Isola, 22,3 vanno ad accrescere il bacino dell’economia non osservata. Il tutto per un totale di tasse evase di circa 8,2 miliardi di euro. Peggio, dicevamo, hanno fatto solo Calabria (con un’evasione stimata al 24,7%) e Campania (23,4%). Al quarto posto, dopo la Sicilia, troviamo un’altra regione meridionale: la Puglia, con un’evasione stimata al 22,2%.
Avere una stima precisa dell’ammontare delle tasse evase in Italia non è facile.
Altri dati, seppur rivisti al ribasso, arrivano dal ministero di Economia e Finanza.
Nell’ultima “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale contributiva” il Mef stima per l’ultima annualità disponibile (2016) un tax gap pari a 83,2 miliardi di euro (comprensiva di Irpef, Ires, Iva, Irap). Quanti di questi sono riconducibili alla nostra Isola? Secondo il Mef, il 7,2%. Si tratta di circa 6 miliardi e mezzo.
Il calcolo non si discosta tantissimo da una stima fatta dal Qds in una precedente inchiesta. Ad agosto 2018, infatti, partendo dai dati pubblicati dal Mef, che registrava un’evasione fiscale presunta in Italia pari a 107,7 miliardi di euro in media, considerando superficie e popolazione, avevamo stimato che di questi, circa un decimo (10 miliardi) fosse riconducibile alla nostra Isola.
Dall’ultima Relazione del ministero di Economia e Finanza arriva un’altra importante informazione. Il Mef, infatti, registra anche la propensione delle singole regioni ad evadere le tasse. La Sicilia viene all’interno della cosiddetta “fascia rossa”, quella parte dell’Italia in cui si è più propensi all’evasione.
La propensione registrata nell’Isola, infatti, oscilla tra il 39 e il 50%, per un ammontare di denaro che va dai 340 milioni a un miliardo di euro.
LE SEGNALAZIONI DI IRREGOLARITA’
La “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale contributiva” del Mef illustra nel dettaglio tutte le operazioni condotte nella lotta contro il fenomeno. Secondo il Ministero di Economia e Finanza, nel 2017 sono state avviate in Italia 24.291 ispezioni volte ad accertare fenomeni di evasione. Di queste, 19.991 risultano concluse al momento della pubblicazione e 15.458 hanno permesso di riscontrare fenomeni irregolari. Nel 77% dei casi, quindi, gli istituti di vigilanza hanno accertato un qualche tipo di irregolarità.
Nello specifico, “nel 2017 – si legge nella Relazione del Mef – il risultato annuale relativo all’obiettivo di riscossione complessiva è pari a 20,1 miliardi di euro (+ 5,8% rispetto ai 19 miliardi nel 2016) di cui 7,4 miliardi derivano dalla riscossione coattiva, 11,4 dai versamenti diretti e 1,3 miliardi dalle iniziative relative all’attività di promozione alla compliance. Dei 20,1 miliardi di euro, 8,0 miliardi derivano da attività di accertamento e di controllo formale, 10,8 miliardi sono frutto di attività di liquidazione delle dichiarazioni su cui l’Agenzia ha investito molto per affinare le capacità di estrazione e di analisi ed evitare, quindi, l’invio di avvisi imprecisi o inesatti. Infine, circa 1,3 miliardi provengono da versamenti spontanei da compliance”.
Guardando alla distribuzione territoriale, la Sicilia è stata tra le regioni in cui è stato avviato il maggior numero di ispezioni: 1.531 per un totale di 1.282 concluse. Nell’88% dei casi sono state riscontrate irregolarità. Una percentuale più alta (88%) è stata registrata solo in Veneto.
IL CONTRIBUTO DEI COMUNI
Un discorso a parte va fatto sull’attività dei Comuni e sulla loro capacità di contribuire al contrasto dell’evasione fiscale. Le misure finalizzate ad incentivare la partecipazione degli Enti locali all’attività di accertamento tributario sono regolate all’articolo 2, comma 10 del Decreto Legislativo 14 marzo 2011, n. 23 “Disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale” e successivi. Stando alla normativa vigente, fino al 100% delle somme evase recuperate dalle Forze dell’ordine grazie alle segnalazioni dei Comuni, può rientrare nelle casse degli stessi Enti locali.
I vantaggi, però, non finiscono qui. Va considerato, in primo luogo, un logico incremento delle entrate dell’addizionale Irpef, conseguenza delle maggiori imposte accertate e riscosse. Smascherare i “furbetti”, inoltre, permette ai Comuni di avere un quadro più chiaro e veritiero dello stato reddituale dei propri cittadini. Accertare redditi più alti di quelli dichiarati si traduce verosimilmente in una diminuzione di tutti quei soggetti che hanno diritto a usufruire di prestazioni sociali agevolate legate a determinati valori Isee.
I Comuni siciliani hanno chiari questi vantaggi? A guardare i dati del Mef, sembrerebbe di no. Nel periodo analizzato dalla Relazione, infatti, (da febbraio 2009 a giugno 2017) i Comuni siciliani hanno inviato solo 6.606 segnalazioni per un ammontare di imposta accertata di 11.516.132 euro. Di questi quanti poi sono stati effettivamente riscossi? Meno di un decimo, solo 1.230.521,90 euro. Un’altra, l’ennesima, occasione sprecata.
LE NOVITA’ DELLA LEGGE DI STABILITA’ 2019
La legge di stabilità 2019 ha introdotto due importanti nuove misure volte a combattere l’eterna piaga dell’evasione fiscale: la e-fattura e il possibile accesso diretto ai conti correnti da parte degli organi istituzionali incaricati di accertare irregolarità fiscali.
Dal 1 gennaio 2019 è scattato l’obbligo della fatturazione elettronica. Quest’ultima, che deve contenere gli stessi dati della “vecchia sorella” cartacea, deve essere redatta in formato Xlm, tramite dispositivi digitali, ed essere trasmessa elettronicamente ai clienti tramite il Sistema di Interscambio (Sdi). Questo dovrebbe permettere di rendere le transazioni economiche più facilmente tracciabili e di controllarne più agevolmente la conformità con le norme vigenti in materia.
L’Sdi, infatti, dopo avere verificato l’esistenza dei dati obbligatori ai fini fiscali, l’indirizzo telematico al quale recapitare la fattura, la partita Iva del fornitore e quella del cliente consegna telematicamente il documento al destinatario.
La seconda misura introdotta dalla legge di stabilità 2019 riguarda invece l’accesso diretto ai conti bancari dei contribuenti. All’Agenzia delle Entrate e alla Guardia di finanza, infatti, è concesso di controllare i movimenti bancari di ogni cittadino senza dover ottenere prima l’autorizzazione dal Tribunale. A campione, insomma, tutti potremmo essere sottoposti ad accertamenti. Il tutto senza ricevere nessuna comunicazione ufficiale relativa agli avvenuti controlli. La misura dovrebbe permettere agli organi competenti di monitorare, con più libertà e discrezione, movimenti finanziari sospetti al fine di scovare eventuali evasori fiscali.
A CHE PUNTO È LA TAX COMPLIANCE
Le due nuove misure introdotte hanno subito destato qualche perplessità. Nel caso dei controlli a campione sui conti correnti senza autorizzazione dei magistrati, infatti, si solleva un immediato problema di privacy. La misura, inoltre, sembra essere in contrasto con la tanto ambita tax compliance che da anni ormai lo Stato tenta di mettere in atto. Come si può immaginare di avvicinare i cittadini al fisco, di convincerli a non evadere spontaneamente le tasse, di creare con i contribuenti un rapporto di fiducia reciproca se poi si possono monitorare i movimenti bancari di questi ultimi lasciandoli all’oscuro di tutto? Riesce un po’ difficile credere che tutto ciò sia possibile.
Anche l’e-fattura, seppur in misura minore, ha fatto storcere qualche naso. Al di là delle oggettive difficoltà legate alla transizione dal mezzo cartaceo a quello digitale, infatti, qualche dubbio è sorto anche su tutti gli obblighi che la fatturazione elettronica ha portato con sé. Portavoce di queste perplessità, Confapi Padova.
“L’intento è nobile – ha dichiarato Carlo Valerio, presidente di Confapi Padova – ma gli esiti rischiano di rivelarsi nefasti. Introdotto dal Governo per semplificare e far emergere 2 miliardi l’anno di sommerso, l’obbligo di emettere fatture elettroniche con ogni probabilità finirà per ottenere l’effetto inverso, aumentando i vincoli burocratici e incentivando le aziende a lavorare in nero. Si è arrivati all’obbligo della fatturazione elettronica tra informazioni incomplete e istruzioni incerte, prevedendo costi aggiuntivi per le aziende. Se il principio è quello sacrosanto di ‘‘sburocratizzare’’, la direzione è del tutto sbagliata: non è scomparso alcun obbligo fra quelli esistenti e anzi ne viene aggiunto un altro. Il tutto mettendo sullo stesso piano, per l’ennesima volta, le grandi e le piccole imprese, che hanno strutture ed esigenze tra loro completamente diverse”.
“Uno Stato serio – ha aggiunto- mette in piedi strutture adeguate di controllo ed è autonomamente in grado di accertare eventuali violazioni della legge, senza dover demandare ai cittadini il compito di farlo, gravando i contribuenti con ulteriori fardelli”.
LE PAROLE CHIAVE
Noe
l’economia non osservata (Noe è l’acronimo di Non- Observed Economy), comprende l’insieme delle attività economiche che, per motivi differenti, sfuggono all’osservazione statistica diretta.
Tax gap
il divario tra le imposte e i contributi effettivamente versati e le imposte che i contribuenti avrebbero dovuto versare in un regime di perfetto adempimento agli obblighi tributari e contributivi previsti a legislazione vigente.
Tax compliance
l’adesione spontanea dei contribuenti agli obblighi fiscali che gli spettano per legge. È una delle mission fondamentali della Pubblica amministrazione che vede, appunto, nella creazione di un rapporto di fiducia con i cittadini, un metodo efficace per combattere l’evasione fiscale.
Sdi
il Sistema di Interscambio è un sistema informatico che consente di ricevere fatture, effettuare controlli sui documenti ricevuti ed inoltrarli ai destinatari. È una sorta di “postino” virtuale della Pubblica amministrazione, capace di effettuare verifiche di conformità sui file che gestisce.

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