Cave e miniere, la Sicilia continua a "bucarsi" - QdS

Cave e miniere, la Sicilia continua a “bucarsi”

Rosario Battiato

Cave e miniere, la Sicilia continua a “bucarsi”

giovedì 17 Gennaio 2019 - 04:00
Cave e miniere, la Sicilia continua a “bucarsi”

Istat: il fenomeno estrattivo coinvolge il 90% dei comuni isolani con zone in pericolo di frana. Nell’Isola circa 500 siti che valgono il 30% di quanto registrato in tutto il Mezzogiorno

PALERMO – La Sicilia è una delle Regioni più esposte alla presenza di attività estrattive in aree esposte a rischi naturali. Il fenomeno estrattivo coinvolge il 90% dei comuni isolani con aree a pericolosità da frana molto elevata-elevata – venti punti percentuali in più rispetto alla media nazionale – e più dell’80% di quelli con aree protette. Lo rivelano i dati dell’ultimo rapporto Istat “Le attività estrattive da cave e miniere”.
Ci sono poco meno di 500 siti, tra cave (468) e miniere (8), in tutta la Sicilia, che valgono circa il 30% di quanto registrato in tutto il Meridione (Sud e Isole) e circa il 10% del valore complessivo nazionale (5.237). Il dato isolano relativo alle cave è risultato in calo del 10%, considerando la variazione tra il 2015 e il 2016, a fronte di 391 siti attivi, 231 produttivi nel corso dell’anno e 77 non attivi. Più contenuta la presenza delle miniere, appena 8, su un totale nazionale di 136. Tra le siciliane ce ne sono 7 attive, 2 produttive nel corso dell’anno, e 1 non attiva.
Il quadro estrattivo isolano vale complessivamente 10,6 milioni di tonnellate di materiale, pari a poco più del 7% dei 154,1 milioni di tonnellate estratti a livello nazionale. Nel settore lavorano 211 imprese e si tratta del terzo dato nazionale, pari a circa il 10% del totale delle imprese che operano sul territorio italiano. Riescono a fare meglio soltanto le 220 della Toscana e le 232 della Lombardia.
Il materiale estratto in Sicilia risulta in crescita – passato da 9,8 a 10,6 milioni di tonnellate – in controtendenza rispetto a quanto fatto registrare a livello nazionale, dove i numeri sono passati da 159,2 a 154,1 milioni di tonnellate. Altalenanti le varie estrazioni. In crescita l’argilla, passata da 738 a 776 mila tonnellate, così come la porzione che include calcare, travertino, gesso e arenaria, che, nel 2016, si è spinta fino a 6,8 milioni di tonnellate, 600 mila in più di quanto registrato nel 2015. In calo sabbia e ghiaia – da 533 a 701 mila tonnellate – e il capitolo con porfido, basalto, tufo e altre rocce vulcaniche che deve fermarsi a quota 1,6 milioni che ha perso più di 100 mila rispetto al dato del 2015 (1,7 milioni di tonnellate).
Numeri che preoccupano se applicati agli indicatori di estrazioni in relazione ai comuni costieri, ai comuni con aree protette e con aree a pericolosità idrogeologica. In Sicilia il 52,9% dei comuni costieri, uno su due, è coinvolto nelle estrazioni – vale più del doppio del dato nazionale fermo al 19,6% – anche se desta maggiore preoccupazione l’indicatore registrato in relazione ai comuni con aree protette che vale l’84,3%, il 20% in più di quanto registrato mediamente nel resto del Paese (63,8%).
Estrazioni che non si fermano nemmeno nei comuni che ospitano aree a pericolosità da alluvioni (media), pari al 51,3%, un dato che comunque è più contenuto di quello nazionale (79%), mentre risulta decisamente elevato l’indicatore statistico che coinvolge le estrazioni in comune con aree a pericolosità da frana molto elevata-elevata (93%), circa venti punti percentuali in più rispetto alla media nazionale.

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