Bisogna scuotere l'apatia dei siciliani - QdS

Bisogna scuotere l’apatia dei siciliani

Carlo Alberto Tregua

Bisogna scuotere l’apatia dei siciliani

venerdì 15 Marzo 2019 - 00:00

Quell’atavico fatalismo che blocca l’Isola

Uno dei trattati di pace di Utrecht, siglato nel 1712, riguardò la decisione di cedere la Sicilia al duca Vittorio Amedeo di Savoia, suocero del re di Spagna, Filippo V.
Vittorio Amedeo giunse a Palermo su una nave inglese nell’ottobre del 1713 e nella Cattedrale fu incoronato Re di Sicilia e di Gerusalemme (sic!).
Dal 1535 la Sicilia non aveva un sovrano, ma il popolo lo ricevette con apatia, visti i tanti sovrani che si erano avvicendati nei secoli precedenti.
Il novello Re tentò di dare impulso all’economia impiantando fabbriche di carta e di vetro, spingendo l’agricoltura e l’edilizia navale. Riaprì anche l’Università di Catania (fondata nel 1434), ma fu tutto inutile: non solo lo contrastavano i ricchi, che non volevano fossero intaccati i loro privilegi, non solo la corruzione allargò la sfera d’azione, ma a ostacolare la sua iniziativa furono soprattutto l’indolenza, l’apatia, il fatalismo del popolo, retaggio di secoli di dominazione straniera.
Questo breve cenno storico, di tre secoli or sono, ricorda le caratteristiche del popolo siciliano, che ha subito dominazioni di ogni tipo, ma non ha cercato mai di darsi un’identità, di autogestirsi e di affermare una sorta d’indipendenza intellettuale e politica, per percorrere la via dello sviluppo, identificandosi come soggetto autonomo.
Non possiamo meravigliarci, per quanto precede, se la situazione della nostra Isola continua a rimanere inerte e senza prospettive, perché la popolazione non crede in sé stessa, non progetta un futuro su cui investire le proprie risorse e aspetta che qualcuno gli faccia l’elemosina, gli dia un sussidio.
Grave conseguenza è l’esodo sempre più numeroso dei migliori giovani, che vogliono affermarsi nel mondo del lavoro, con sacrificio e abnegazione. Queste qualità trovano riscontro in un ambiente che funzioni, dove le istituzioni creano numerose opportunità di lavoro, pronte a essere colte.
Non ripetiamo la solita tiritera sulle ricchezze naturali presenti nell’Isola e sulla sua storia millenaria, perché sarebbe inutile. Se la gente non capisce che in un mondo in continuo divenire è necessario innovarsi e adeguarsi alle varie situazioni, non avrà futuro.
Tuttavia, nonostante la piattezza e l’apatia che ci circondano, l’informazione ha il dovere di indicare le prospettive, i punti di riferimento, gli obiettivi che sono a disposizione di tutti in un mercato mondiale dove è fortemente aumentata la competizione, che si può affrontare con adeguate competenze.
Tutto si gioca sulla formazione, professionale, umana e sociale. La scuola siciliana non può vantarsi di una qualità superiore alla media, anche perché i docenti non hanno un’adeguata preparazione, anche se una parte di essi, forse non maggioritaria, è di notevole livello professionale.
Le nostre tre Università pubbliche, più una quarta privata, svolgono una routine in cui vi sono delle eccellenze, ma a macchia di leopardo, che però non costituiscono un sistema, cioè una rete, cioè un insieme capace di produrre giovani competitivi sul mercato mondiale.
D’altra parte, le istituzioni sono venute meno al loro compito essenziale, che è quello di creare opportunità di lavoro, possibilmente ad alto valore aggiunto.
Le istituzioni… Ecco il punto dolente della Sicilia. Sono occupate da persone con modeste capacità e non in grado di progettare il futuro, perché hanno uno sguardo molto corto.
È noto che un popolo di persone apatiche non ha la qualità di saper scegliere chi può rappresentarlo nelle istituzioni, con la conseguenza che vengono elette altre persone dello stesso tipo.
Tutta la Classe dirigente siciliana possiede ridotte qualità per guidare gli altri. Senza qualità eccellenti, prevale la mediocrità, che è una sorta di stagno capace di imbrigliare tutte le iniziative.
Noi abbiamo sempre sparso ottimismo e continuiamo a farlo perché è nostro dovere. Cerchiamo di cogliere il buono che c’è nella nostra Classe dirigente e ci auguriamo di raccogliere intorno al nostro lavoro altre persone che hanno a cuore la Sicilia e il suo popolo.
Quando hanno regnato Federico II e Ruggero II il popolo è cresciuto. Aspettiamo che arrivi qualcun altro, come loro.

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