Province indispensabili ma Consorzi di Comuni - QdS

Province indispensabili ma Consorzi di Comuni

Carlo Alberto Tregua

Province indispensabili ma Consorzi di Comuni

giovedì 04 Marzo 2010 - 00:00

La l.r. 9/86 è contro lo Statuto

L’ente intermedio fra Regione e Comuni è indispensabile per coordinare una serie di servizi dei Comuni stessi, di cui bisogna avere una visione sovracomunale, in modo da realizzare economie di scala, più efficienza e più qualità. A fronte di questa necessità, i legislatori regionali, nel ‘46, ebbero modo di scrivere l’art. 15 dello Statuto che, come a tutti noto, è legge costituzionale, quindi di livello superiore alle leggi ordinarie dello Stato e a quelle ordinarie delle Regioni.
L’art. 15 precisa al primo comma: “…le circoscrizioni provinciali… sono soppressi nell’ambito della Regione…”. Il secondo comma afferma che “l’ordinamento degli enti locali si basa sui Comuni e sui liberi Consorzi comunali…”.
Dal che si deduce che la parola (e quindi l’istituzione) Provincia non è nominata. Secondo, i Comuni possono riunirsi in Consorzi appunto per costituire quell’ente intermedio indispensabile ai servizi interconnessi.
Il legislatore regionale, in spregio allo Statuto, formulò ed approvò la legge istitutiva delle Province regionali (n. 9/86) al fine di creare posti di lavoro a consiglieri, assessori, presidenti e un nuovo fiume di spesa che nel 2009 è ammontata, per le nove Province siciliane, a circa un miliardo di euro.
Inoltre, la Provincia regionale così istituita si pone come ente di livello superiore e con un’autonomia gestionale che è fuori dall’intento del legislatore costituzionale, il quale invece ha inteso creare, col già citato secondo comma dell’art. 15 dello Statuto, un organismo di coordinamento e non una nuova istituzione.
Sorprende come il commissario dello Stato, all’epoca, non fece ricorso alla Corte costituzionale contro questa legge, per la sua palese illegittimità. Tuttavia, quando l’illegittimità è in re ipsa, essa può essere fatta presente nelle giurisdizioni competenti in qualunque momento. Ecco perché sarebbe auspicabile che le associazioni dei consumatori o i cittadini, che fossero colpiti da una qualunque attività di queste Province regionali illegittime, facessero opportuno ricorso per statuirne la cancellazione.
I Consorzi di Comuni, invece, avrebbero il pregio di non onerare le casse della Regione di ulteriori spese, perché l’Assemblea sarebbe costituita dagli stessi sindaci e lo stesso si dica del Consiglio direttivo e del presidente. Com’è noto, i sindaci quando assumono altri incarichi non possono ricevere ulteriori indennità. Inoltre, la gestione amministrativa del Consorzio sarebbe effettuata da dipendenti prestati dai Comuni stessi senza alcun onere aggiuntivo, in quanto i Comuni sono colmi di dipendenti e se se ne privassero di un certo numero la loro organizzazione non ne soffrirebbe.
I Consorzi di Comuni così costituiti dovrebbero occuparsi non solo di manutenzioni di scuole e di strade, ma anche di elaborare progetti in materia di infrastrutture e di servizi di ogni genere, nel senso di mettere a disposizione dei cittadini servizi digitalizzati per i quali essi stessi non avrebbero bisogno di muoversi dalla propria casa o dal proprio ufficio, potendo operare dal desk.

Si sente da anni la litania che le Province vanno abolite. La questione è stata affrontata dal Governo nazionale e dai vari Governi regionali. Ma nessuno poi presenta un disegno di legge in materia per procedere all’abolizione (salvo il ddl Speziale). Comunque, l’ente intermedio fra Regione e Comuni è assolutamente indispensabile. Male fanno quei presidenti di Provincia che si oppongono all’abolizione dell’attuale legge per lasciare spazio ai Consorzi di Comuni, affermando appunto che le Province sono indispensabili. Una ovvietà. Si capisce che essi difendono non tanto l’ente quanto il costo clientelare della politica che serve per sfamare i clientes delle segreterie e per gravare ancora di più sulle tasche dei siciliani. Una prassi dannosa che persone di buon senso dovrebbero far cessare.
Questo è il punto, però: c’è il buon senso nel ceto politico? Noi lo auspichiamo da tempo e, con un po’ di ottimismo, auguriamo una resipiscenza di tanti bravi uomini politici che hanno a cuore l’interesse dei siciliani e non quello delle proprie tasche.

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