Le imprese siciliane chiedono legalità - QdS

Le imprese siciliane chiedono legalità

Andrea Uzzo

Le imprese siciliane chiedono legalità

mercoledì 14 Aprile 2010 - 00:00

Indagine commissionata da Confindustria Palermo fa emergere un quadro a tinte fosche. Venturi: “La Regione non dà servizi”. Le “palle al piede”: racket, clientelismo, burocrazia lenta e classe dirigente inadeguata

PALERMO – Le imprese siciliane si raccontano. In particolare, quelle della pesca, dell’agroalimentare e del turismo fanno emergere un quadro a tinte fosche in cui si lamenta burocrazia lenta, inadeguatezza della classe dirigente, racket, clientelismo, tasse troppo alte. E si chiede una più ampia diffusione della cultura della legalità. Le aziende ammettono di vivere “isolate” nel loro contesto locale, di non avere spirito competitivo, di mirare principalmente all’incremento della propria produttività senza investire in ricerca e sviluppo e, a differenza dei loro omologhi stranieri, di avere difficoltà ad accedere ai fondi europei di cui spesso ignorano l’esistenza.
L’indagine è stata realizzata da Confindustria Palermo e dal consorzio Metropoli est, nell’ambito di “Ethic”, un progetto a cui partecipano anche Francia, Portogallo e Grecia, finanziato dal Fondo europeo e finalizzato a formare le aziende su legalità, finanziamenti Ue, qualità. Diciassette le aziende pilota facenti parte del campione, scelte in base alle loro dimensioni (piccola e media), collocazione geografica, età. Ma soprattutto perché rispettano tutte dei requisiti di legalità, come il non avere personale in nero. Scopo ultimo di “Ethic” è infatti creare un marchio unico nel nome della legalità riconosciuto sui mercati internazionali.
“I dati evidenziano i principali bisogni delle imprese, a fianco delle quali si schiera Confindustria Palermo”, dice il presidente provinciale Nino Salerno. Adesso il progetto entrerà in una seconda fase con lo scambio delle “buone prassi” tra le aziende partecipanti. “Non possiamo permetterci, come accaduto in passato, di disperdere ingenti risorse senza nessuna ricaduta occupazionale, di competitività e internazionalizzazione. La Regione siciliana – ha commentato l’assessore regionale alle Attività produttive, Marco Venturi – non dà servizi al cittadino e alle imprese. Qui si e’ generato per cinquant’anni una sorta d’immobilismo che ha rovinato anche le nuove generazioni che chiedono non piu’ un posto di lavoro ma di andare a passare del tempo all’interno dell’amministrazione pubblica regionale. La Regione ha un sacco di societa’ in house, un modello di sviluppo sbagliato, queste società come anche quelle regionali andrebbero abolite perché non producono reddito ma soltanto assistenza per pochi. Noi dobbiamo creare invece opportunità di lavoro, far crescere la piccola e media impresa”.
“Con Ethic le imprese imparano a fare fronte compatto e a immettersi nel contesto europeo”, afferma Giuseppe Seminara, (Comitato di pilotaggio progetto Ethic).
“In Sicilia il costo del crimine grava sulle imprese per una somma pari al 5% del Pil regionale”, dichiara Adam Asmundo, ricercatore della fondazione Res. “Il pizzo è ancora troppo diffuso”, afferma Pippo Cipriani (Metropoli Est). Per Alessandro Albanese, delegato di Confindustria Palermo per la legalità, è fondamentale “l’obbligatorietà della denuncia da parte delle imprese che pagano il pizzo”.
Salvatore Costantino, coordinatore del Master per esperto in Politiche per la Legalità, parla della necessità di “un mutamento culturale su cui formare una nuova classe dirigente”.

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