Rendere non appetibile l’impiego pubblico - QdS

Rendere non appetibile l’impiego pubblico

Carlo Alberto Tregua

Rendere non appetibile l’impiego pubblico

giovedì 10 Giugno 2010 - 00:00

Spostare l’interesse ai lavori produttivi

Al concorso per magistrati si sono presentati in diecimila per 500 posti a disposizione, ma solo cinquemila si sono presentati all’esame. E di essi, 309 sono stati ammessi all’orale. Qualcuno ha detto che la maggior parte degli aspiranti giudici era formata da somari, perché questa Università non forma professionisti. Quelli bravi lo sono per proprio conto, indipendentemente dalla formazione che ricevono.
A Napoli, per 534 posti al Comune si sono presentati in 112 mila. Il Comune di Catania ha accantonato il concorso per vigili urbani temendo un assalto insostenibile di aspiranti.
Perché questa pletora di cittadini, nel Sud, è attratta dal posto nella Pubblica amministrazione, mentre nel Nord vi sono macroscopici vuoti nei ranghi delle omologhe amministrazioni regionali e locali? C’è una risposta che a noi sembra falsa, nella sua enunciazione: al Nord c’è lavoro che al Sud manca. Una mezza verità e una mezza bugia.

La Lombardia contribuisce al Pil nazionale con il 20,4%, la Sicilia solo col 5,6%. Il Pil della Lombardia è il doppio di quello della media nazionale. Il Pil della Sicilia è la metà di quello della media nazionale. Nonostante ciò, in Sicilia vi sono centinaia di opportunità di lavoro, dipendente e autonomo, cui i precari pubblici ed altri che aspirano a diventarli non vogliono sentire parlare. Perché?
La risposta è nei fatti: nel settore pubblico si lavora poco, non vi è alcuna responsabilità e il rapporto dura fino alla pensione (o alla morte). Nel settore privato, invece, bisogna lavorare, rendere e, alla fine, si ricevono soddisfazioni che mancano totalmente nella Pubblica amministrazione.
Nella Pa è dilagata la corruzione, per cui molti aspirano a guadagnare altre somme per i favori che rendono. E ancora: il tempo in cui si sta negli uffici è ridotto (vige la regola che il ritardo con cui si entra è compensato dall’anticipo con cui si esce), quindi è possibile svolgere una seconda attività. Fui testimone di una telefonata di un politico venuto al Qds, che sollecitava un dirigente a prendersi un suo raccomandato, anche se non sapeva far nulla.

La questione centrale del pubblico impiego è l’utilizzo del posto da parte del ceto politico come merce di scambio con il voto. Vi è stata (e vi è) la corsa alla raccomandazione, accantonando i concorsi pubblici, in modo da impedire una qualunque selezione.
La manovra finanziaria 2010-2011, preparata dal Governo, prevede il blocco del turn-over dei pubblici dipendenti, talché per ogni cinque che escono se ne potrà assumere solo uno. Un processo lungo che porterà a risparmi solo nei prossimi cinque-dieci anni.
Nell’amministrazione statale l’elenco dei precari si è quasi esaurito, quindi questo problema non esiste. Rimane, invece, tutto intero in Sicilia dove Lombardo, disperatamente, tenta di stabilizzare 50 o 60 mila persone, un’azione cui si oppongono giustamente il commissario dello Stato e il Governo centrale. Lombardo dovrebbe, invece, imboccare la strada dello sviluppo, cioè spendere tutte le risorse europee, statali, regionali in infrastrutture e attività produttive, con ciò creando dei veri posti di lavoro, resi disponibili anche ai precari pubblici meritevoli.

Occorre spostare l’attrazione e l’interesse dei siciliani senza lavoro dalla Pubblica amministrazione al settore privato. Come fare? La risposta è semplice: rendere non più appetibile il lavoro pubblico bloccando gli stipendi base, eliminando le doppie indennità, i rimborsi e quant’altro, stabilendo, per contro, premi commisurati esclusivamente ai risultati raggiunti. Risultati certificati dai dirigenti per i loro dipendenti e da autorità esterne per i dirigenti. La selezione, in base al merito, farebbe dimagrire del 60-70% gli organici, mentre le persone incapaci e inconcludenti senza professionalità sarebbero escluse in partenza da ogni possibilità di accesso.
Occorre, inoltre, rendere rigorosi gli orari e i carichi di lavoro, collegando gli stipendi alla capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati. E se poi un dipendente pubblico si lamentasse perché guadagna poco, gli si dovrebbe dire con chiarezza che nel settore privato lavorerebbe di più, ma guadagnerebbe di più.

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