Capitali borboniche, capitali di spazzatura - QdS

Capitali borboniche, capitali di spazzatura

Carlo Alberto Tregua

Capitali borboniche, capitali di spazzatura

venerdì 26 Novembre 2010 - 00:00

Napoli e Palermo nel degrado assoluto

L’irresponsabilità dei sindaci, dei presidenti di Regione e del Governo centrale ha portato le due meravigliose capitali del Regno delle due Sicilie, Napoli e Palermo, in una situazione molto vicina a quella del Burkina Faso. I responsabili hanno il pregio di non vergognarsi, né poco né tanto, perché non hanno dignità e non osservano nessuno dei principi morali secondo i quali loro avrebbero dovuto essere al servizio dei cittadini e non viceversa.
Napoli e Palermo hanno una grandissima tradizione: sono città d’arte piene di manufatti di pregio, di opere culturali di inestimabile valore. L’altra faccia della medaglia è che l’abusivismo, il cemento e la criminalità organizzata sono dilagati a dismisura, devastando il territorio metro per metro. Solo da poco il Governo centrale ha deciso di dare una svolta alla lotta contro i criminali e il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, nonché le Forze dell’Ordine, ben gestite dalle Direzioni distrettuali antimafia, hanno inferto colpi forti alle organizzazioni.

È stata seguita la via del denaro, indicata fin dall’inizio dal prefetto Dalla Chiesa, e si sono moltiplicati in prima istanza i sequestri dei beni e in successione le confische dei beni medesimi. è stata istituita l’Agenzia per la gestione di tali beni a Reggio Calabria e dovrebbe esserne aperta una seconda a Palermo.
Che c’entra la criminalità organizzata con la questione dei rifiuti solidi urbani (Rsu)? C’entra, eccome. Perché è proprio essa che dietro le quinte ha attivato il business dell’emergenza che le consente di trarre profitti in quanto le ordinanze saltano tutti i controlli e quindi possono essere favoriti gli amici degli amici che spesso sono prestanome di mafia e camorra.
È inspiegabile come un uomo politico accorto, Antonio Bassolino, sindaco di Napoli e presidente della Regione Campania per 18 anni, nonché commissario del Governo, non sia riuscito a creare il ciclo virtuoso che partendo dalla raccolta arrivi all’utilizzazione degli Rsu atti a produrre energia (gas ed elettricità). Delle due, l’una. O era un incapace o aveva interesse a che l’emergenza non cessasse. Stessa responsabilità è da attribuire a Rosa Russo Iervolino, persona sicuramente onesta ma non capace.

Se Napoli piange, Palermo non ride. La responsabilità oggettiva della situazione di degrado è del sindaco Cammarata. Vero è che in Sicilia vi sono le Ato Spa che si occupano del ciclo degli Rsu, vero è che i Cda di tali società sono formati da incompetenti ma fedeli a questo o a quell’uomo politico. Vera è la doppiezza dei sindaci che dentro le assemblee delle Ato Spa reclamano la pulizia e come capi delle loro amministrazioni non pagano le quote per cui di fatto impediscono che la pulizia venga fatta.
Ma tutto questo si riconduce a una responsabilità oggettiva, che è quella del presidente della Regione, il quale ha proposto e fatto approvare dall’Assemblea regionale la l.r. 9/2010 con la quale sono state messe in liquidazione le 27 vecchie Ato Spa e istituite dieci nuove. Ma tale legge è solo un pezzo di carta, mentre avrebbe dovuto essere operativa da un pezzo.
Essa prevede che ogni provincia abbia la sua Ato (più una per le 15 isole), cioè il principio dell’autonomia del territorio provinciale.

Tale autonomia provinciale esiste anche in Campania, sol che là il territorio della provincia di Napoli ha 3,1 milioni di abitanti e quello delle restanti quattro province (Caserta, Avellino, Salerno e Benevento) solo 2,7 milioni. Tuttavia, il principio europeo di sussidiarietà prevede che ogni territorio debba badare a sé stesso ed essere autosufficiente.
La questione vera non è quella di trovare nuove discariche o trasferire gli Rsu per nave o per treno ad altre regioni o ad altre nazioni. La questione vera è quella di completare il ciclo mettendo a reddito gli Rsu come prima indicato. Subito qualcuno pensa a termovalorizzatori o inceneritori. Sbagliato. Non sono questi gli impianti che possano completare il ciclo, bensì gli impianti industriali che servano alla produzione di energia. Inceneritori e termovalorizzatori hanno scarichi inquinanti nella misura del 30 per cento, perché bruciano la spazzatura a 1.200 gradi. Gli impianti industriali invece hanno un residuo del 3 per cento perché bruciano gli Rsu a 400 gradi. Solo gli orbi e i corrotti non vedono quanto scriviamo.

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