Cala il fatturato per le imprese che non riescono a fare rete - QdS

Cala il fatturato per le imprese che non riescono a fare rete

Lucia Russo

Cala il fatturato per le imprese che non riescono a fare rete

giovedì 02 Dicembre 2010 - 00:00

Il III Rapporto dell’Associazione Studi e Ricerche per il Mezzogiorno e dell’Osservatorio Banche-Imprese. Mancano collegamenti con mondo della ricerca, istituzioni creditizie e enti pubblici

ROMA – Gli effetti della crisi sulle aziende, e l’exit strategy, vale a dire le strategie su capitale umano, investimenti e organizzazione che le imprese hanno posto in essere nel corso dell’ultimo anno, è il contenuto del III Rapporto Impresa e Competitività, realizzato dall’Associazione Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (Srm) e dall’Osservatorio Regionale Banche-Imprese di Economia e Finanza (Obi) che riguarda settori del manifatturiero, delle costruzioni, dei servizi ICT e turistico-ricettivi.
Il rapporto analizza i sistemi produttivi delle 8 regioni del Mezzogiorno – Abruzzo, Molise, Sardegna, Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia – a partire da un’indagine realizzata su un campione rappresentativo di oltre 4.200 imprese appartenenti ai settori manifatturiero, delle costruzioni, dei servizi ICT e turistico-ricettivi.
In termini di fatturato, quasi la metà del campione intervistato ha registrato una contrazione del proprio giro di affari; tale percentuale è più elevata nelle piccole imprese (specie nel manifatturiero e nell’ICT), data la loro ridotta capacità di adottare adeguate politiche di prezzo e nel competere su nuovi mercati. Anche le imprese esportatrici, maggiormente esposte nel corso del 2009 al calo del commercio mondiale, hanno registrato in percentuale maggiore una riduzione nel fatturato; tuttavia, esse sono anche quelle con migliori prospettive di crescita, potendo intercettare la ripresa sui mercati internazionali quando si verificherà.
Il calo del fatturato ha avuto effetti che hanno inciso sui margini reddituali delle imprese: innanzitutto, una percentuale non trascurabile di imprese (il 16% nel manifatturiero) giudica eccedenti i livelli produttivi; inoltre gli imprenditori dichiarano un basso grado nell’utilizzo degli impianti (65% nel manifatturiero; 62% nel comparto edile). Il basso volume delle vendite si è dimostrato, pertanto, insufficiente a garantire economie di scala per ammortizzare i costi fissi generati da strutture produttive ancora eccessivamente rigide.
Una risposta migliore in tal senso è venuta dalle imprese che operano in rete. Esse dichiarano gradi di utilizzo degli impianti superiori (intorno al 70%) grazie, da un lato, ad una maggior tenuta della quota di mercato, e dall’altro, ad una maggiore flessibilità nell’utilizzo degli impianti; oltre alle imprese in rete, quelle che hanno dimostrato una maggiore tenuta rispetto alla crisi sono le imprese dell’ICT (dove il grado di utilizzo degli impianti si attesta attorno all’80%).
La crisi ha influito in modo più intenso sulle imprese che hanno realizzato investimenti, in particolare nel manifatturiero, dove la percentuale di imprese che dichiara eccedenze nei propri livelli produttivi sale dal 16% della media del comparto al 18% per le imprese che hanno investito. A tali imprese andrebbe garantito un maggiore sostegno in quanto sono quelle che potrebbero ripartire prima delle altre trainando la ripresa.
Sul fronte delle strategie poste in essere delle imprese per una pronta uscita dalla crisi, i risultati dell’indagine non offrono tuttavia molti motivi di ottimismo; per quanto concerne le strategie sul capitale umano, la maggior parte degli intervistati sceglie di ridurre l’organico aziendale, con particolare intensità nelle posizioni di vertice e con maggior frequenza nel comparto ICT. Per quanto concerne il posizionamento delle imprese meridionali sulla frontiera tecnologica appare assolutamente debole, con percentuali molto alte di imprese meridionali (nel campione intervistato pari a oltre il 90%), che non hanno in programma di sviluppare nessuna delle tecnologie cosiddette “pervasive” individuate dalla Commissione Europea quali tecnologie che condizioneranno nei prossimi anni lo sviluppo tecnologico e industriale dei sistemi produttivi mondiali.
Inoltre, i canali utilizzati dalle imprese meridionali per introdurre innovazioni in azienda sono prevalentemente tradizionali e “poveri” quanto a contenuto innovativo (ricerca interna e acquisto di macchinari/procedure avanzate) e non contemplano processi di contaminazione intellettuale con soggetti diversi, esterni all’impresa, come Università, Centri di ricerca pubblici e privati, o altre imprese.
Manca, in sostanza, una sufficiente capacità di fare rete, non solo con altre imprese, ma con soggetti diversi (mondo della ricerca, istituzioni creditizie, soggetto pubblico) in grado di portare benefici alla singola impresa.

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