Prodotti tipici, boom dalla Sicilia. Vastedda oltre i confini regionali - QdS

Prodotti tipici, boom dalla Sicilia. Vastedda oltre i confini regionali

Michele Giuliano

Prodotti tipici, boom dalla Sicilia. Vastedda oltre i confini regionali

sabato 02 Luglio 2011 - 00:00

Sette caseifici siciliani ne arrivano a produrre sino a 400 quintali ogni anno

PALERMO – Un accordo per portare la Vastedda del Belìce fuori dai confini regionali siciliani. L’unico formaggio di pecora a pasta filata, che da tre anni si fregia anche del marchio Dop, arriverà sugli scaffali della grande distribuzione grazie al contratto firmato fra Massimo Todaro, presidente del consorzio di tutela, e i vertici di Coop. Un accordo, chiuso lo scorso mese, che porterà la Vastedda nei quaranta punti vendita siciliani della Coop, oltre che nelle quattro Ipercoop presenti nell’Isola: due a Palermo, una a Catania e una a Ragusa.
Un impegno già importante, che raddoppia se si guarda oltre lo Stretto. “La fornitura – spiega Todaro – riguarda anche ottanta punti vendita che rientrano nelle competenze di Coop Adriatica. Dunque tutti i supermercati della catena che si trovano lungo la costa orientale della Penisola”. In questa fase il consorzio si sta occupando di produrre i dossier di qualità che poi dovranno accompagnare i formaggi nel loro cammino verso gli scaffali e i banchi frigo, visto che la Vastedda è un formaggio fresco. A questo punto buona parte della produzione verrà destinata alla grande distribuzione organizzata.
In questo momento dai sette caseifici siciliani (Santa Margherita Belìce, Sambuca di Sicilia, Menfi, Contessa Entellina, Poggioreale, Partanna e Salemi) ne vengono fuori quattrocento quintali l’anno, per un totale di circa 60 mila forme. “In questo mese – continua Massimo Todaro – abbiamo incassato i primi ordini. Tra qualche settimana faremo un primo bilancio di questa operazione e speriamo che vada bene”.
In generale comunque da qualche anno si sta confermando un buon trend in Sicilia per quel che concerne i prodotti certificati, quindi quelli di qualità quali i Dop, Doc e Igp.
I dati di recente pubblicati dall’Istat sulle esportazioni delle merci prodotte in Sicilia confermano la tendenza di crescita della penetrazione nei mercati esteri delle imprese siciliane (+47,6 per cento). Un dato significativo in termini quantitativi e qualitativi perché pone la Sicilia tra le prime regioni italiane in termini di percentuale di incremento, che conferma i primi fermenti della ripresa economica siciliana.
Una crescita che si esprime nell’aumento significativo delle esportazioni in alcuni settori produttivi innovativi, diversi da quelli tradizionali. L’assessorato regionale all’Economia ha recentemente effettuato uno studio rilevando che nel 2010 vi è stata una ripresa, rispetto all’anno precedente, delle esportazioni dei prodotti agricoli (+56,2 per cento) e di quelli alimentari (+27,9 per cento). “Siamo di fronte a dati che, raffrontati con quelli degli anni precedenti, evidenziano – ha spiegato l’assessore regionale all’Economia Gaetano Armao – la capacità di alcuni settori strategici dell’isola a confrontarsi con mercati esteri e nuovi, dove siamo in grado di offrire prodotti di qualità e competitivi”. Resta però il nodo della concorrenza di paesi, specie nel Sudamerica, che introducono prodotti scadenti ma a costi stracciati. Un ostacolo non da poco.


Il vino resta il prodotto principe
Il vino certamente rappresenta per l’enogastronomia siciliana il punto più alto sul piano delle esportazioni. Dopo un rallentamento a metà degli anni 2000, adesso il vino è tornato a volare sui mercati internazionali e promette ancora di fare nuovi ingressi. In questi mesi sono stati avviati contatti in Inghilterra, Polonia e Russia e questo potrebbe aiutare a far crescere la domanda estera. “Eccellenza qualitativa e abilità commerciale – spiega Dario Cartabellotta, direttore generale Istituto regionale di vite e vino – devono camminare insieme. Il disegno che punta sulla qualità dei vini siciliani che hanno portato in alto il nome della Sicilia nei mercati internazionali ha il suo naturale completamento solo con delle azioni che rendono efficace l’approdo su questi mercati del Nord America, in un una fase dove sono molteplici i segnali di ripresa e di “risveglio” dei consumi nel vino. Il programma di internazionalizzazione dell’Irvv – continua il direttore – mira a soddisfare il fabbisogno delle aziende attraverso azioni che forniscano quelle capacità e quelle competenze necessarie per agire con successo, anche attraverso strumenti di analisi di mercato che hanno l’obiettivo di fornire tutte quelle informazioni utili su quei mercati”.

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