Gli scempi industriali reclamano le bonifiche non ancora realizzate - QdS

Gli scempi industriali reclamano le bonifiche non ancora realizzate

Bartolomeo Buscema

Gli scempi industriali reclamano le bonifiche non ancora realizzate

mercoledì 23 Novembre 2011 - 00:00

I dati dello studio epidemiologico condotto dal ministero della Salute e l’Istituto superiore della sanità. Da Priolo a Milazzo è possibile evitare centinaia di morti e ricoveri l’anno

CATANIA – La nostra Penisola, oltre ad avere una disparità economica tra Nord e Sud, ha anche quella dell’inquinamento. Ci sono aree, dove la vita è più corta e ci si ammala molto più facilmente. Ad esempio a Brescia, i morti con linfoma non-Hodgkin sono sopra la media regionale; a Massa Carrara la probabilità di decesso è il 13% in più rispetto al resto della Toscana.
Questi luoghi, insieme con tanti altri, sono noti e identificati con l’acronimo SIN, Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche.
Sono le aree devastate dall’inquinamento industriale dagli anni Cinquanta ai sSttanta, per le quali non sono mai stati intrapresi seri interventi di bonifica.
In Italia ce ne sono cinquantasette; tra cui le aree di Milazzo, Pace del Mela, San Filippo del Mela, Gela, Biancavilla, Augusta, Melilli, Priolo Gargallo.
Secondo i dati dello Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento (Sentieri), condotto in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e il ministero della Salute, nella nostra nazione, dal 1995 al 2002, l’inquinamento ambientale potrebbe aver contribuito alla morte precoce di circa diecimila persone. è uno scenario sconcertante che dovrebbe preoccupare seriamente non poco chi ha responsabilità di governo, nazionale, regionale e locale. Si tratta di aree, dove la gente è esposta da molti anni: quasi dal dopoguerra in poi.
C’è un inalienabile diritto alla salute e di giustizia ambientale come da più anni batte il chiodo anche l’Unione europea che ha chiesto da qualche tempo, anche alla nostra nazione, la massima attenzione per tali problematiche.
Nel rapporto sono riportati dati specifici e puntuali sui principali rischi legati alle discariche, all’amianto, alla presenza d’industrie petrolchimiche e siderurgiche, di raffinerie, d’inceneritori, di poli chimici, di centrali elettriche, di aree portuali, di miniere e cave.
Come spesso accade negli studi epidemiologici non si possono escludere i contributi di altre cause. Anche in questo caso molti altri fattori di rischio, come le abitudini di vita, non sono considerati. Ma altri come fumo, alcol, occupazione, sono stati tenuti in considerazione per stabilire come possano influenzare le diverse cause di morte.
Ciò evidentemente non toglie nulla all’affidabilità degli studi epidemiologici.
Bisogna rilevare che, finora è stato fatto molto sul versante della caratterizzazione dell’inquinamento e poco sul versante delle bonifiche, salvo eccezioni.
Molte delle operazioni effettuate o in corso non sono interventi di bonifica in senso stretto, ma di contenimento degli inquinanti, sicuramente importanti ma non risolutive.
Colpa della crisi economica? Probabilmente. Ma proprio in situazioni critiche è demandato a chi ha responsabilità di governo di sapere bene dove investire. Un dato eloquente: la prevenzione dei tumori su scala nazionale, comporterebbe da sola un risparmio del 72% sulle spese sanitarie totali.

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