Assunzione su pressione del politico, è abuso d’ufficio - QdS

Assunzione su pressione del politico, è abuso d’ufficio

Andrea Carlino

Assunzione su pressione del politico, è abuso d’ufficio

martedì 02 Luglio 2019 - 00:00
Assunzione su pressione del politico, è abuso d’ufficio

Corte di Cassazione, sentenza depositata lo scorso 27 maggio: l’illegittimo contratto durò per ben quattro anni. Chiamata diretta per un’amica: presidente di ente pubblico condannato a cinque mesi di reclusione

ROMA – La Corte di Cassazione, con sentenza depositata lo scorso 27 maggio, ha confermato la condanna a cinque mesi di reclusione per un presidente di un ente pubblico colpevole di abuso d’ufficio perché aveva stipulato con una sua amica, per chiamata diretta, illegittimi contratti di collaborazione per ben 4 anni. Il tribunale, in prima istanza, nel 2014, aveva dichiarato colpevole l’esponente politico condannandolo a sei mesi, mentre la Corte dell’Appello, in parziale riforma della decisione, aveva ridotto la condanna a cinque mesi.

La Corte aveva ritenuto colpevole l’esponente politico di aver favorito l’inserimento della donna negli uffici amministrativi dell’ente a seguito delle segnalazioni e pressioni (come riferito da un teste in particolare) ricevute dal padre della stessa, sindaco di un Comune limitrofo, consentendole così, al di fuori della realizzazione di una finalità pubblica e nell’ottica di una gestione clientelare, di conseguire un ingiusto vantaggio patrimoniale.

Per i giudici di ultima istanza è confermato l’impianto dei giudici di secondo grado che, tra le altre cose, ribadivano che l’assunzione della donna, (allorché non era ancora laureata) come collaboratrice con “contratto a progetto” e poi (dopo essersi laureata) come responsabile dell’ufficio tecnico dell’Ente con contratto a tempo indeterminato di tipo “fiduciario” sia in contrasto con quanto stabilito dagli artt. 7, comma 6, D.L.vo n. 165 del 2001 e 110 del TUEL (D.L.vo n. 267 del 2000), oltre che di quelle regolamentari specifiche dell’Ente.

Le disposizioni di legge, infatti, vietano, da una parte i contratti a progetto consentendo solo incarichi a tempo determinato, dall’altro, invece, prescrivano la procedura concorsuale per il personale da assumere senza che sia prevista la chiamata diretta. Per l’imputato è ravvisabile, dunque, la condotta dell’abuso d’ufficio perché, malgrado fosse consapevole della violazione di legge e di regolamento, favoriva l’inserimento dell’amica negli uffici dell’ente a seguito delle pressioni ricevute dal padre della signora.

L’abuso d’ufficio, lo ricordiamo, è disciplinato dall’articolo 323 del Codice Penale e si verifica quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, “nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale”.

L’abuso di diritto viene definito in ambito giuridico un “reato proprio”, vale a dire che può essere commesso solo da una determinata categoria di soggetti indicati dalla legge, appunto i pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio (sindaco, magistrato, consigliere comunale, componenti delle Forze armate, ad esempio). La condotta di abuso del diritto non solo deve essere svolta da uno dei soggetti sopra indicati, ma deve necessariamente essere compiuta durante lo svolgimento delle funzioni o del servizio pubblico. Per tutti i comportamenti compiuti al di fuori, dunque, non vale quanto previsto. La pena prevista, cioè la detenzione fino a 4 anni, subisce un aumento quando sussiste l’aggravante della “rilevante gravità”.

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