Carceri, l’Unione sindacati Polizia penitenziaria lancia l’allarme “Sistema al collasso” - QdS

Carceri, l’Unione sindacati Polizia penitenziaria lancia l’allarme “Sistema al collasso”

redazione

Carceri, l’Unione sindacati Polizia penitenziaria lancia l’allarme “Sistema al collasso”

giovedì 02 Luglio 2020 - 00:00

ROMA – L’Unione Sindacati di Polizia Penitenziaria ha indetto una manifestazione per oggi, a partire dalle ore 15, davanti Palazzo Montecitorio. L’iniziativa nasce dalla necessità di chiedere al Parlamento misure urgenti a favore del lavoro svolto dalla Polizia Penitenziaria all’interno delle carceri italiane, soprattutto in questa fase di conversione in legge del cosiddetto ‘decreto rilancio’.

“Il sistema penitenziario sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia, dopo le rivolte del marzo scorso, le evasioni e le morti dei detenuti avvenute in quei giorni, le devastazioni e i ferimenti degli agenti di Polizia Penitenziaria. Ferimenti e aggressioni che gli agenti subiscono quotidianamente da anni ormai e che sono divenuti intollerabili – spiega Giuseppe Moretti, presidente del’Uspp – non bastano i droni per ridare serenità lavorativa agli agenti che ogni giorno rischiano la propria incolumità nelle carceri. Poiché non si intravedono segnali di miglioramento rispetto a questo stato di cose e poiché riteniamo prioritario mettere in sicurezza il lavoro delle donne e degli uomini che rappresentano l’ultimo balurado di legalità dello Stato negli istituti penitenziari, chiediamo un immediato intervento del Parlamento sulle questioni più importanti. In primo luogo, è necessario dichiarare lo stato di emergenza delle carceri italiane, perché le rivolte del mese di marzo hanno messo in risalto con drammatica evidenza che il sistema penitenziario è al collasso”.

L’Uspp da anni denuncia che gli agenti di Polizia Penitenziaria sono in numero insufficiente rispetto alle reali necessità e sono sprovvisti di adeguate dotazioni strumentali che potrebbero contribuire a rendere più sicure le carceri e a salvaguardare la loro incolumità.

“La falcidia della dotazione organica è sotto gli occhi di tutti – rincara Moretti-. Il Corpo di Polizia Penitenziaria ha subito un taglio di 4.000 unità che ha visto scendere da 45.000 a 41.000 unità (in conseguenza delle misure adottate con la c.d. Legge Madia), nonostante l’aumento costante dei posti di servizio, della popolazione detenuta e dei compiti affidati al Corpo. La drammatica situazione però è ancora più marcata dal fatto che il personale attualmente in servizio risulta di solo 37.000 poliziotti penitenziari, ossia un gap di circa 4.000 unità complessive rispetto ad una dotazione già irrealisticamente sufficiente. Un recente lavoro completato dal Dap infatti, inspiegabilmente non ancora tradotto in un decreto del ministro della Giustizia, ha previsto che per il corretto funzionamento delle sole strutture penitenziarie occorrerebbero quasi 47.000 unità di Polizia Penitenziaria. Quindi, se consideriamo che oggi sono 37.000 gli agenti in servizio attivo, significa che ne mancano 10.000 per le sole carceri, senza contare i servizi extramoenia delle articolazioni centrali e territoriali”.

La popolazione detenuta ristretta negli istituti penitenziari, resta in numero superiore alla capienza regolamentare che è di circa 50000 posti detentivi mentre nelle carceri sono oggi presenti 54.000 detenuti, di cui un terzo extracomunitari. Ciò malgrado i provvedimenti deflattivi connessi all’emergenza epidemiologica che hanno consentito la scarcerazione di numerosi detenuti anche di elevato indice delinquenziale e indotto le autorità giudiziarie competenti a rinviare l’esecuzione di provvedimenti detentivi in carcere, con la certezza che il numero tornerà presto ad essere superiore alle 60000 persone ristrette. L’Uspp manifesta anche per contestare l’attuale modello custodiale delle ‘celle aperte’, con una conseguente più blanda sorveglianza diretta del personale di Polizia Penitenziaria, sorveglianza che non ha più carattere di staticità ma è di tipo ‘dinamico’: un modello che si è dimostrato fallimentare. Fu a seguito della sentenza Torreggiani della Corte Europea dei diritti dell’uomo del 2013, che ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (Cedu), che i detenuti in carcere hanno ottenuto molta libertà di movimento nelle sezioni detentive, restando fuori dalle stanze ‘di pernottamento’ (così sono state ridenominate le celle) per gran parte della giornata, quasi sistematicamente in ozio permanente e questo, ciò oltre a generare l’ingiustificata aspirazione a rimanere sempre più tempo al di fuori, anche oltre l’orario consentito, determina conseguenti resistenze dei detenuti alle sollecitazioni degli agenti ad osservare le regole penitenziarie che sfociano non di rado in diverbi, aggressioni verbali e violenze.

A questa circostanza, si aggiunga che le carceri sono ormai stracolme di soggetti con disturbi psichiatrici sottoposti a misure di sicurezza detentive, che non dovrebbero essere ristretti negli istituti penitenziari. Infatti, a seguito della definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari ove prima erano reclusi, avvenuta completamente il 31 marzo 2015, per effetto della legge 30 maggio 2014, n. 81, gli stessi sarebbero dovuti essere ospitati nelle R.E.M.S. (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza detentive). Queste strutture, dipendenti dalle ASL del Ministero della salute, non hanno i posti letto sufficienti ad ospitare gli oltre 1.500 soggetti interessati e, quindi, laddove non risulti possibile ricoverare gli stessi, l’Amministrazione penitenziaria è costretta a trattenerli nelle carceri ordinarie, senza l’adeguata copertura sanitaria dei medici specialisti in psichiatria, psicologia e del restante personale infermieristico di competenza delle strutture sanitarie. Le conseguenze che ne derivano sono pesanti visto che l’impatto gestionale ricade prevalentemente sul personale di Polizia Penitenziaria, che non è adeguatamente formato a svolgere correttamente questo delicato ruolo e spesso si trova ad affrontare situazioni di criticità, senza possedere le giuste conoscenze e gli strumenti idonei per fronteggiarle.

Per il presidente dell’Uspp “non sono più rinviabili provvedimenti legislativi che prevengano e reprimano azioni violente dei detenuti nei confronti del personale di Polizia Penitenziaria. Nel 2019 gli aggrediti tra gli agenti sono stati oltre 4.200, sostanzialmente quasi quadruplicati rispetto al 2018, dove il numero non ha superato i 1.200. Tutto questo è inaccettabile e ci spinge a chiedere che il Parlamento assuma provvedimenti anche esautorando il Ministro della Giustizia su cui ricade in modo ineludibile la responsabilità politica di tale stato di confusione nella gestione delle carceri”.

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