Depistaggio via D'Amelio: Scarantino, soprusi a Pianosa - QdS

Depistaggio via D’Amelio: Scarantino, soprusi a Pianosa

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Depistaggio via D’Amelio: Scarantino, soprusi a Pianosa

giovedì 16 Maggio 2019 - 15:36
Depistaggio via D’Amelio: Scarantino, soprusi a Pianosa

Il falso pentito, nel processo di Caltanissetta, ricorda la detenzione e denuncia, colpi di paletta nelle parti intime e vermi nella minestra. Fiammetta Borsellino, "Ancora stiamo ad ascoltarlo?"

“Tutto questo non doveva succedere, sono senza parole. Nel 2019 siamo ancora ad ascoltare Scarantino”.

Lo ha detto la figlia minore di Paolo Borsellino, Fiammetta, in una pausa del processo ai tre poliziotti accusati del depistaggio nelle indagini sull’uccisione del padre in corso di svolgimento a Caltanissetta.

“Io posso dire solo – ha aggiunto – che è inammissibile che tutto ciò sia avvenuto sotto gli occhi di poliziotti e magistrati”.

E riferendosi agli imputati – Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, ex appartenenti del gruppo Falcone-Borsellino guidato dallo scomparso Arnaldo La Barbera – ha aggiunto: “Questi tre sono qui, con la loro bella faccia”.

“Oggi – ha osservato – stiamo partecipando a un segmento dell’accertamento delle verità sul piano giudiziario di tre poliziotti ma vi sono responsabilità ad alti livelli. Parlo del Csm, della corte di cassazione, procura generale. Organismi dai quali sono stata più volte coinvolta e io oggi mi aspetto una risposta”.

Il falso pentito Vincenzo Scarantino, che con le sue dichiarazioni provocò il depistaggio delle indagini su via D’Amelio, ha detto intanto che “era impossibile cercare la verità”.

“Fino a che ho ritrattato – ha detto – ero una persona libera. Poi mi hanno chiuso in caserma a me e alla mia famiglia e sono uscito nell’ottobre del 2011. Sono rimasto in carcere per 16 anni e dicevo che ero sempre innocente. Per me era impossibile che si cercasse la verità. Era impossibile”.

Il falso pentito secondo l’accusa avrebbe subito pressioni poliziotti che sono accusati di calunnia aggravata dall’avere favorito Cosa nostra.

“Nel carcere di Pianosa – ha dichiarato Scarantino durante la sua deposizione – andavo a colloquio, mi facevano spogliare nudo e c’era la paletta, quella per controllare se c’è ferro, e mi davano dei colpi nelle parti intime. Dopo mi dicevano di guardare a terra e mi davano schiaffi in bocca perché guardavo a terra. Guardavo a loro e mi davano calci con gli anfibi”.

“Mi orinavano nella minestra – ha aggiunto – , mi mettevano le mosche e i vermi che si usano per pescare nella pasta. I primi giorni non me ne accorgevo perché tenevo la luce spenta. Poi la guardia è stata gentile e mi ha detto di accenderla. E allora ho cominciato a non mangiare più. All’inizio pensavo più di cento chili poi mi sono ridotto a 53”.

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