Eurostat, mancano i tecnici. Senza competenze l’Italia precipita - QdS

Eurostat, mancano i tecnici. Senza competenze l’Italia precipita

Carlo Alberto Tregua

Eurostat, mancano i tecnici. Senza competenze l’Italia precipita

mercoledì 11 Settembre 2019 - 00:00

In Italia vi sono 820mila insegnanti che sono malpagati, ma che lavorano poco: sono infatti dipendenti pubblici che hanno fino a due mesi di ferie estive, oltre quelle di Natale, di Pasqua e i ponti.
La maggior parte di essi non è entrata per concorso pubblico, ai sensi dell’articolo 97 della Costituzione, ma con percorsi diversi, per cui non si è verificata la necessaria selezione, né la valutazione delle relative competenze di cultura generale e di cultura specifica della materia.
La conseguenza di quanto precede è che i giovani, che conseguono la maturità e si inseriscono nelle Università, hanno gravi carenze perfino d’italiano.
Le nostre Università non sono attrezzate per formare professionisti competenti col risultato che, dopo tre o cinque anni di corso, i giovani si trovano spaesati nell’affrontare il mondo del lavoro.
Ecco perché sono molto quotate le Università internazionali che, invece, li preparano ad affrontare il lavoro.

A certificare quanto precede è la Commissione che ha valutato gli aspiranti dirigenti scolastici, quelli che una volta si chiamavano presidi.
Il presidente della commissione, Massimo Arcangeli, ha comunicato alla pubblica opinione, anche per motivare l’elevato numero di bocciature, alcuni strafalcioni veramente grossi.
Si comincia con gli errori dell’uso del congiuntivo, piuttosto generalizzati, e si continua con chi non è stato in grado di calcolare una percentuale, di riconoscere il simbolo della radice quadrata, per non parlare delle facce stranite quando si chiedeva cosa fosse la tabulazione, uno sciopero bianco o una serrata.
Sorrisi sono comparsi sui volti dei commissari sentendo i candidati parlare un inglese improbabile o un latino maccheronico, oppure un francese che ricordava quello di Totò e Peppino. Ancora risposte disarticolate, senza logica e senza un minimo di rigore linguistico che mettesse in ordine gli argomenti e uscisse dalla genericità.
I candidati si arrampicavano sugli specchi usando anche un linguaggio incomprensibile e inconcludente, con termini burocratici spesso incomprensibili.
Eurostat, nel rapporto del 2018, ha certificato che, tra i grandi Paesi dell’Unione europea, il nostro ha un basso numero di scienziati e di ingegneri. Spagna e Polonia, oltre che Gran Bretagna, Germania e Francia ne hanno di più.
Questa carenza di tecnici dimostra che la scuola e l’Università non vengono considerati due luoghi sacri ove imparare concretamente non solo la conoscenza generale, ma anche quella specifica per esercitare poi mestieri e professioni.
Soprattutto ai ragazzi non viene comunicato che le due strutture non sono fini a se stesse, ma un mezzo per prepararli ad affrontare la vita lavorativa con buone probabilità di successo.
Il bravo collega, Gian Antonio Stella, in un recente articolo sul Corriere della Sera, fa un elenco delle deficienze scolastiche, sottolineando come una popolazione sprovvista di cultura e di spirito critico è in pericolo perché soggetta a facili manipolazione e a una sudditanza perenne.
Di chi è la responsabilità di questo degrado dell’istruzione del Paese? Di coloro che hanno rivestito responsabilità istituzionali a livello generale: il Parlamento votando leggi scellerate ed i governi incapaci di formulare disegni di legge che proiettassero nel futuro i nostri giovani.

Che scuola ed Università stiano in fondo ai pensieri dei politici è dimostrato, per esempio, dal fatto che nel programma del passato governo la riforma della scuola era posizionata al ventiduesimo posto, mentre essa avrebbe dovuto trovare allocazione tra i primi posti.
È vero che all’istruzione non è dedicato un grosso budget, circa 44 miliardi all’anno, ma è anche vero che essi non sono spesi bene.
C’è un eccesso di personale amministrativo, detto Ata, che, come qualunque altra branca della Pubblica amministrazione, non funziona perché non risponde ai requisiti minimi di efficiente organizzazione e di perseguimento di obiettivi certi, controllati dai risultati. Gli insegnanti sono malripartiti nelle diverse materie.
Ci auguriamo che il nuovo governo cambi la rotta. Ve n’è urgente bisogno.

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