Farsi attrarre dal lavoro e non dalla pensione - QdS

Farsi attrarre dal lavoro e non dalla pensione

Carlo Alberto Tregua

Farsi attrarre dal lavoro e non dalla pensione

mercoledì 12 Giugno 2019 - 08:08

Prima i doveri, poi i diritti

Sabato 1 giugno, nei giardini del Quirinale, Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil, mi manifestava la sua contrarietà al pensionamento lineare di persone che, a 62 anni, hanno ancora tanta forza e tanta voglia di lavorare. Si doveva fare, invece, una norma che tagliasse chirurgicamente il pensionamento in base al rischio e alla gravosità del lavoro.
“Chi sta davanti ad un altoforno non può andare in pensione alla stessa età in cui ci va il collega che resta seduto dietro una scrivania della stessa azienda”.
A forza di tenere in primo piano dell’attenzione della pubblica opinione la questione delle pensioni, si sta inculcando nella testa della gente questa sorta di Eldorado, inesistente, per cui le persone umane possono avere quello che gli serve per i propri bisogni senza dare in contropartita alcun che, cioè senza lavorare.
Si tratta di una informazione perniciosa e diseducativa, oltre che irreale, che costituisce anche la violazione del principio etico dell’equità.


Ognuno di noi, prima di chiedere e di pretendere, dovrebbe farsi l’esame di coscienza, domandandosi cosa ha fatto per meritare una contropartita.
Così faceva, per esempio, Paolo Borsellino, chiedendosi quando riceveva lo stipendio: “Me lo sono meritato?”. Ecco la domanda che ognuno di noi dovrebbe farsi quando riceve un qualunque compenso, fisso o variabile: “Me lo sono meritato?”.
Ma quanti hanno il pudore e il senso morale necessario per porsi tale domanda? Tutti chiedono e chiedono, rivendicano diritti e diritti, ma pochi rassegnano i propri doveri e se hanno fatto quanto necessario per pretendere, dopo, i propri diritti.
La pensione è un diritto nella misura in cui sono stati versati i contributi a carico del datore e del prestatore d’opera. Ma non è un diritto, bensì una gratifica a carico di tutti, quella parte di assegno pensionistico che non corrisponde ai contributi versati.
Andare in pensione a 62 anni, a prescindere dalla pericolosità e dalla gravosità del lavoro svolto è un non senso. Eppure, politici da strapzzo continuano a pubblicizzare questa aspirazione negativa per accontentare i beoni.

La pensione non dovrebbe costituire un’attrazione, bensì un giusto periodo della propria vita da godersi dopo tanti anni di duro di lavoro. Molti pensionati, anche pubblici, rimpiangono l’attività lavorativa perché ad essa erano affezionati e perché costituiva una grande motivazione della propria esistenza. A costoro dovrebbe essere consentito di prolungare il proprio lavoro, beninteso, sotto altra forma. E invece, questo non è possibile.
Per esempio, nella scuola vi è un paradosso, non vengono banditi i concorsi, mentre vi sono in atto ben 136mila supplenti, cioè precari, cioè insegnanti di cui non è stata misurata la qualificazione attraverso i concorsi.
Solo uno Stato senza dignità può prolungare una situazione di tal genere: da un canto non recluta i professori mediante i concorsi previsti dall’articolo 97 della nostra Costituzione, dall’altro fa insegnare supplenti che inevitabilmente, da precari, dovranno essere stabilizzati.


Tutt’altro indirizzo dovrebbe avere uno Stato moderno e qualificato. Far vedere la bellezza del lavoro, di qualunque lavoro, per il quale occorrono opportune preparazione e qualificazione, facendolo diventare attrattivo.
È vero che il lavoro non si produce per legge, mentre uno dei soliti fanfaroni in un talk televisivo sosteneva che per legge bisognerebbe costringere le imprese ad assumere. Ma è anche vero che non c’è una politica e non c’è una comunicazione che spieghi a chi vuole lavorare la necessità di riqualificarsi continuamente per diventare competitivi.
La Regione siciliana, per esempio, getta al vento 135 milioni per una formazione regionale che non dà alcuna qualificazione, come dimostra il fatto che i partecipanti ai corsi di formazione non trovano occupazione. Non perché non c’è ma perché non hanno le competenze.
Attrazione per il lavoro, dunque, portata da una continua comunicazione che spieghi la necessità di entrare in fase con le esigenze lavorative, come una spina che si innesta nella relativa presa.

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