I siciliani e la politica, un misto tra disaffezione e menefreghismo - QdS

I siciliani e la politica, un misto tra disaffezione e menefreghismo

Serena Giovanna Grasso

I siciliani e la politica, un misto tra disaffezione e menefreghismo

martedì 10 Settembre 2019 - 05:00
I siciliani e la politica, un misto tra disaffezione e menefreghismo

Meno della metà ha votato alle regionali (47,4%), solo il 37,6% alle europee. Istat, Rapporto Bes: incidenza tra le più basse a livello nazionale. Hanno vinto l'astensione, l’indifferenza, il non voto

PALERMO – Un misto tra disaffezione e forse menefreghismo: questo è il sentimento che caratterizza una gran parte di siciliani e che di conseguenza conduce un numero sempre minore di elettori alle urne.
Secondo i dati contenuti all’interno del rapporto Bes (Benessere equo e sostenibile), recentemente diffuso dall’Istat, l’incidenza di cittadini votanti è tra le più basse a livello nazionale, si è ridotta notevolmente nel corso del tempo ed appare ancora più contenuta quando si vota per le elezioni europee.

Due anni fa, in occasione del rinnovo del Governo regionale, si è recato alle urne meno della metà degli aventi diritto al voto (esattamente il 47,4%, con punte massime pari al 51,2% e 51,1% registrate rispettivamente nelle province di Messina e Catania e punte minime pari al 41,3% e 41,4% osservate in ordine nelle province di Agrigento e Caltanissetta).

Si tratta di dati in generale peggioramento: basti pensare che nel 2008 l’incidenza di votanti era superiore di quasi venti punti percentuali (66,7%). Sarebbe semplicemente riduttivo affermare l’allargamento della forbice. Ci separano quasi trenta punti percentuali dal tasso di votanti osservato in Lombardia (73,1%), regione che è andata alle urne lo scorso anno.

Secondo l’Istituto nazionale di statistica, ad incidere pesantemente è una chiara compromissione della fiducia dei cittadini: più della metà degli aventi diritto al voto appare convinta che la politica regionale, anche a causa di una cattiva gestione delle risorse pubbliche, oggi non sia più in grado di incidere sulla vita reale delle famiglie nell’Isola. Ha inciso, anche se in minor misura, il progressivo sfaldamento dei partiti e delle loro organizzazioni politiche sul territorio che ha fatto mancare la mobilitazione degli elettori e quel senso di identificazione con il programma politico del partito di appartenenza che si traduceva in un’alta partecipazione al voto.

Una fuga ancora più massiccia dalle urne ha caratterizzato le elezioni europee dello scorso 26 maggio: infatti, in questo caso, appena il 37,6% degli aventi diritto al voto ha scelto di esercitare il proprio diritto al voto (con punte massime pari al 39,5% nella provincia di Palermo e minime corrispondenti al 34,3% in quella di Caltanissetta), in ogni caso in netto peggioramento rispetto al comunque basso 43,2% osservato cinque anni fa (mentre nel 2004 la percentuale di votanti ammontava addirittura al 40,5%). La Sicilia è la penultima regione in Italia per partecipazione al voto. Peggio ha fatto solo la Sardegna, distante di quasi venti punti dal dato nazionale del 56%.

Insomma, anche in questo caso ha vinto il voto di astensione: trionfa l’indifferenza, il non voto. Prima almeno c’era il voto di protesta, la voglia di disordinare dati che si credevano certi, di mandare un segnale forte ai politici, di farsi sentire partecipando alla liturgia laica democratica. Adesso l’elettrocardiogramma è piatto. Da una fetta preoccupante e molto vasta di concittadini non arriva alcun sussulto vitale. Prevale largamente il non scegliere, perché nulla appare più degno di essere scelto.

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