Il Santo, il boss e la barca: dall’Arcidiocesi di Palermo dura condanna contro la mafia - QdS

Il Santo, il boss e la barca: dall’Arcidiocesi di Palermo dura condanna contro la mafia

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Il Santo, il boss e la barca: dall’Arcidiocesi di Palermo dura condanna contro la mafia

mercoledì 19 Febbraio 2020 - 14:03

Nota della Chiesa sulla presenza di Gaetano Scotto, arrestato nella giornata di ieri, alle celebrazioni per S. Antonio da Padova. Ribadita "l'assoluta inconciliabilità dell’agire malavitoso con l’appartenenza a una confraternita"

“Che nessuno creda di poter trasformare un evento di fede e di devozione in una sorta di ‘passerella’ attraverso codici di comunicazione che nulla hanno a che fare con la religiosità popolare autentica e ispirata unicamente all’annuncio del Vangelo”. Così l’Arcidiocesi di Palermo ha preso le distanze dalla notizia, diffusa dalla Dia di Palermo, della presenza del boss Gaetano Scotto, arrestato nuovamente ieri (leggi qui), a bordo del peschereccio che trasportava la statua di Sant’Antonio da Padova, in occasione dei festeggiamenti in onore del patrono dell’Arenella. I fatti risalgono a giugno 2016. Nell’operazione che ha riportato Scotto in carcere è finito in manette anche Giuseppe Costa,
fratello di Rosaria Schifani, la vedova di Vito Schifani, agente della scorta di Giovanni Falcone morto nella strage di Capaci (leggi qui).

“La presenza del boss – hanno scritto i rappresentanti dell’Arcidiocesi in una nota – a bordo dell’imbarcazione privata che trasportava la statua del Santo non è riconducibile in alcun modo né alla Confraternita Sant’Antonio di Padova all’Arenella (organizzatrice dei festeggiamenti) né tanto meno alla parrocchia di Sant’Antonio di Padova”.

“Se qualcuno – hanno aggiunto – e tra questi Gaetano Scotto, ha deciso di salire a bordo fuori dalle procedure che devono essere normalmente seguite, ciò non è minimamente ascrivibile alla responsabilità degli organizzatori dei festeggiamenti e della parrocchia del luogo”.

Il parroco della chiesa di Sant’Antonio di Padova, don Francesco Di Pasquale, e i responsabili della Confraternita non soltanto hanno stigmatizzato l’eventuale presenza di soggetti legati alla criminalità mafiosa “che approfittano della presenza di centinaia di fedeli per mischiarsi alla folla”, ma prendono anche le distanze “da ogni possibile forma di strumentalizzazione di un evento religioso che deve essere vissuto soltanto in ragione di una fede e di una devozione autentiche”.

La Chiesa di Palermo, nella nota ha ribadito “ancora una volta l’assoluta inconciliabilità dell’agire malavitoso con l’appartenenza a una confraternita, così come chiaramente espresso nel decreto del 25 gennaio 2019 emanato dall’arcivescovo monsignor Corrado Lorefice”.

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