La Corte costituzionale a Ediservice, “Sui fondi all’editoria avete ragione ma vi diamo torto” - QdS

La Corte costituzionale a Ediservice, “Sui fondi all’editoria avete ragione ma vi diamo torto”

Patrizia Penna

La Corte costituzionale a Ediservice, “Sui fondi all’editoria avete ragione ma vi diamo torto”

sabato 12 Ottobre 2019 - 10:40
La Corte costituzionale a Ediservice, “Sui fondi all’editoria avete ragione ma vi diamo torto”

Bocciato il ricorso, la società editrice del Qds annuncia ricorso alla Cedu e alla Corte di Giustizia dell’Ue. La sentenza: “Mancano criteri certi ed obiettivi ma resta al governo il potere di determinarne la misura”

ROMA – “Avete ragione ma vi diamo torto”. Potrebbe essere sintetizzata con questo ossimoro la sentenza della Corte costituzionale con la quale viene bocciato il ricorso promosso da Ediservice srl, società editrice del Quotidiano di Sicilia, sui criteri di assegnazione dei contributi all’editoria.
“Non è ragionevole la mancanza di criteri certi e obiettivi per stabilire la misura dei contributi all’editoria, ma rientra nella discrezionalità del legislatore affidare al Governo la determinazione della misura dei contributi all’editoria”: con la sentenza n. 206, depositata lo scorso 25 luglio (relatore Giancarlo Coraggio), è stata dichiarata inammissibile la questione di costituzionalità della disciplina sulla corresponsione dei contributi all’editoria, sollevata dal Tribunale ordinario di Catania.

Ediservice Srl, società editrice del Quotidiano di Sicilia, si era vista dimezzare il suo contributo per l’anno 2013. Il Tribunale di Catania aveva deciso di impugnare la norma che disciplina i contributi all’editoria davanti alla Consulta.
La Corte, pur ritenendo censurabile, come prospettato dal giudice, affidare all’autorità governativa, senza la fissazione di criteri certi e obiettivi, la determinazione delle disponibilità finanziarie da destinare complessivamente all’erogazione dei contributi all’editoria, ha dovuto prendere atto dell’impossibilità di sostituire o integrare la disciplina in questione, riservata alla discrezionalità del legislatore. Di qui la decisione di dichiarare inammissibile la questione.

Il Tribunale nel ricorso aveva rilevato che “L’iniziale capienza degli stanziamenti (dl n. 112 del 2008), non aveva fatto emergere le “criticità” che si erano poi palesate a partire dal 2011, in ragione della riduzione degli stessi, poi disposta con determinazioni della Presidenza del Consiglio dei ministri, nonostante il ruolo fondamentale nel sistema democratico del sostegno all’editoria. Inoltre, poiché l’erogazione del contributo interviene dopo la chiusura del bilancio annuale delle imprese editrici, una corresponsione dello stesso in misura minore rispetto alle aspettative reca pregiudizio alle stesse”.

La Corte dal canto suo ha sottolineato come “Le imprese editrici, da un lato, sono destinatarie di norme che le vedono come titolari di diritti rispetto all’allocazione delle risorse in questione; dall’altro, sono esposte al rischio di un parziale o addirittura totale taglio delle risorse stesse. Il sistema è dunque affetto da una incoerenza interna, dovuta a scelte normative che prima creano aspettative e poi autorizzano a negarle. È allora evidente che in un settore come quello in esame, caratterizzato dalla presenza di un diritto fondamentale, vi è l’esigenza che il quadro normativo sia ricondotto a trasparenza e chiarezza, e in particolare che l’attribuzione delle risorse risponda a criteri certi e obiettivi”.

Il commento dell’avvocato Carmelo Barreca

“Sentenza che lascia perplessi, doveroso rimettere ordine nella materia”

Lino Barreca

La lettura della sentenza della Corte Costituzionale n° 206 del 2019 lascia perplessi, soprattutto perché la Consulta stavolta non ha ritenuto – come fatto in molti altri casi – di formulare la cd “interpretazione additiva” che avrebbe consentito di superare il vulnus di costituzionalità. La sentenza tuttavia riconosce che la normativa italiana assicura un contributo all’editoria, e lo qualifica quindi come un vero e proprio “diritto”, ma poi al contempo prende atto dell’esistenza di un amplissima discrezionalità in capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che può ridurre ad libitum, sino quasi ad azzerarlo, l’ammontare del contributo.
La Consulta invero, non può fare a meno di riconoscere che “In effetti, nelle norme in esame si manifesta una grave lacuna di fondo, evidenziata, in particolare, dalla loro mancata armonizzazione con le disposizioni normative, anch’esse primarie, che fissano i requisiti per accedere ai contributi (nella specie quelli diretti per le imprese editrici ammesse), procedendo anche alla loro quantificazione” e che quindi “Le imprese editrici, da un lato, sono destinatarie di norme che le vedono come titolari di diritti rispetto all’allocazione delle risorse in questione; dall’altro, sono esposte al rischio di un parziale o addirittura totale taglio delle risorse stesse. Il sistema è dunque affetto da una incoerenza interna, dovuta a scelte normative che prima creano aspettative e poi autorizzano a negarle. È allora evidente che in un settore come quello in esame, caratterizzato dalla presenza di un diritto fondamentale, vi è l’esigenza che il quadro normativo sia ricondotto a trasparenza e chiarezza, e in particolare che l’attribuzione delle risorse risponda a criteri certi e obiettivi.”
Ciò non di meno la questione è stata ritenuta inammissibile, non rilevando tuttavia la Consulta che le superiori affermazioni rendono comunque manifesto il vulnus al principio di ragionevolezza contenuto all’art. 3 Cost. ed a quello di efficienza e buon andamento contenuto all’art. 97 Cost.
Non convince poi la ritenuta insussistenza della violazione del principio dell’affidamento, poichè la Consulta d’un canto afferma “a monte” che non sussiste un diritto costituzionale all’erogazione di contributi all’editoria (ergo: non sussiste in tal senso un legittimo affidamento), ma omette di rilevare che “a valle” tale diritto è stato comunque riconosciuto da una legge formale dello Stato (come sopra affermato) e pertanto la lesione dell’affidamento si concretizza in relazione alla possibile vanificazione – come accaduto – con atti discrezionali, di un diritto normativamente attribuito alla luce del diritto positivo. Sarebbe stato peraltro auspicabile un pronunciamento interlocutorio (come quello ad esempio avvenuto col caso “Cappato” sul fine vita, laddove la Consulta aveva inizialmente assegnato un congruo termine di un anno allo Stato Italiano per colmare il vuoto normativo e poi ha accolto la censura). C’è da chiedersi quindi se tali chiari affermazioni della Consulta, pur avendo ritenuto formalmente inammissibile la questione, saranno sufficienti ad indurre il Parlamento – come sarebbe doveroso – a rimettere ordine nella materia, eliminando la “grave lacuna di fondo” ritenuta sussistente dalla Consulta.

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