L'abito fa il monaco - QdS

L’abito fa il monaco

Pino Grimaldi

L’abito fa il monaco

sabato 10 Agosto 2019 - 00:00

È un problema filosofico – scientifico. La filosofia esordisce con la ricerca della comprensione della conoscenza. Da Aristotele a Tommaso d’Aquino, tutti convinti che il “concetto” non poteva formarsi senza una induzione esterna che susciti la elaborazione mentale: nihil est in intellctu, quod prius non fuerit in sensu” (nulla è nella mente che non sia passata dai sensi). Erano con loro tutti, soprattutto Locke, ma addirittura la Bibbia ove nel Deuteronomio, il libro di Siracide – riporta passi in apparenza scritti oggi “il vestito di un uomo, una bocca sorridente, la sua andatura rivelano la sua personalità”.

C’è poi una evoluzione filosofica che giunge a Leibniz che al sopraddetto latino aggiunge “nisi intellectu ipse”, se non lo stesso intelletto, dunque “mente” capace di avere concetti -conoscere- prescindendo da ciò che i sensi le portano . E nasce inconsapevolmente il detto “l’abito non fa il monaco” che Manzoni nei suoi “Promessi sposi” mette in bocca del Conte zio – che non digerisce fra Cristoforo protetto dal Provinciale- “l’abito non fa il monaco”… anche quando lo è.

La scienza si è sempre confrontata con il problema della conoscenza-formazione dei concetti, riconoscendo al cervello la formazione di essi con la elaborazione degli stimoli provenienti dai sensi ma anche da sistemi vegetativi pari a quelli degli invertebrati. Oggi è assunto che un soggetto privo dei cinque sensi non è in grado di elaborare alcunché perché non ha ricezione e conduzione degli stimoli indispensabili per attivare le varie aree cerebrali e portarle all’elaborazione. Ed ha superato la filosofia che aveva ipotizzato una attività cognitiva autonoma del cervello (mente). Se mi trovo in stato vegetativo con o senza coma, essendo deafferenziato dai miei sensi non ho capacità conoscitiva e cognitiva: aveva ragione Siracide.

L’apparire dunque ha grande valore essendo il presupposto della conoscenza. E’ sempre stato così: monaci con il saio, preti con tunica, i militari in divisa, medici in camice bianco ed un subacqueo scafandro o tuta. Perfetto. L’apparenza salva, pur con tanti possibili errori sulla personalità.Poi cominciarono gli abbandoni del proprio essere esteriore.
Nelle dittature “orbace” o camicia bruna, nella chiesa il clergymann, nella vita civile la cravatta.

E Pasolini (anni Settanta) si dolse che affacciandosi da un balcone non si riusciva più a capire chi era liberale, repubblicano od anarchico. Era cominciata l’era della rinuncia al se stesso per omologarsi ritenendolo superamento dell’Io.

Oggi nelle Camere è possibile vedere chi presiede scamiciato, le chiese piene di abiti indecenti, i politici da manovali delle loro idee e le forze dell’ordine in borghese.

Ieri di fatto è caduto il Governo ed il ministro delle felpe(alias interno) si è presentato vestito quasi bene ed ha chiesto “pieni poteri”. Ha finalmente compreso che per far tanto occorre avere le phisique (lo ha) ma anche la robe du role? Si spera.
Perché l’abito fa il monaco. Anche quando non lo si è.

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