Libri, Giampiero Calapà racconta una storia catanese nella trattativa Stato-mafia - QdS

Libri, Giampiero Calapà racconta una storia catanese nella trattativa Stato-mafia

redazione

Libri, Giampiero Calapà racconta una storia catanese nella trattativa Stato-mafia

giovedì 17 Settembre 2020 - 00:00

CATANIA – La mafia, da sempre, a Catania aveva scelto la via dell’efficacia, discostandosi da quella più antica e tradizionale della violenza, o per lo meno dalla sua ostentazione. In quella che era stata definita la Milano del Sud, per la sua spiccata laboriosità, le cosche perseguivano i loro intenti e i relativi loschi affari, silenziosamente, evitando, con cura, sangue e clamori, ogni volta che risultava possibile. Tutto ciò aveva fatto guadagnare ai clan l’annuenza di parte della cittadinanza, circostanza di notevole importanza affinché le cose continuassero a scorrere nel verso giusto.

Questo contesto lasciava desumere una criminalità organizzata, o meglio poco organizzata, apparentemente poco attiva e persino pigra e sonnolenta, mentre in realtà le famiglie che a vario titolo facevano parte o comunque gravitavano sul capoluogo etneo, continuavano a mantenere un ruolo di primaria importanza nello scenario della malavita nazionale ed in conseguenza a porsi in posizione di primo piano nelle trattative che ad ogni costo avevano voluto intessere con lo Stato.

L’ultimo libro di Giampiero Calapà, pubblicato dalla Utet, solo qualche mese fa, dal titolo inequivocabile “A un passo da Provenzano, una storia nascosta nella trattativa Stato-mafia”, con stile incisivo e diretto, raccogliendo le memorie di un validissimo poliziotto l’ispettore superiore Alessandro Scuderi, che per tanti anni ha operato, dopo una non breve permanenza a Palermo, sulla piazza di Catania, risveglia nel lettore il ricordo di due delitti eccellenti verificatisi il primo, quello dell’Avvocato Serafino Famà, sul finire del 1995 ed il secondo, quello di un boss, di prima grandezza, capo della famiglia di Caltanissetta e cugino di Giuseppe Madonia, avvenuto il 10 maggio 1996. Entrambi due omicidi inquietanti, ma se possibile, quello dell’uomo d’onore ancor di più. Giacché quest’ultimo decretato per chiudere la bocca a chi, con le sue rivelazioni avrebbe potuto sconvolgere equilibri di portata nazionale.

Calapà mette il suo lettore al cospetto di inquietanti dilemmi, spesso nascenti da non condivisibili scelte operative, fatte proprio da segmenti dello Stato, le cui titubanze, intempestività e omissioni, oggi appaiono del tutto incomprensibili. L’Autore lasciando al suo lettore l’ingrato compito di tirare le conclusioni dei fatti accuratamente raccontati, quasi, sembra che lo avverta di usare il bilancino del farmacista, per pesare quelle responsabilità controverse, ma non senza ricordargli che su quei piatti della bilancia si pesano dei pericolosi veleni che vanno maneggiati con cura.

Giuseppe Sciacca

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