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Mafia, blitz contro il clan Farinella nel Palermitano

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Mafia, blitz contro il clan Farinella nel Palermitano

martedì 30 Giugno 2020 - 06:50
Mafia, blitz contro il clan Farinella nel Palermitano

Undici fermati nell'operazione "Alastra" dei Carabinieri nel mandamento di San Mauro Castelverde. Il "core business" erano le estorsioni. Fondamentale la collaborazione degli imprenditori. Il boss "qua nessuno si pente". La gestione familiare del clan

Il capomafia ha continuato a comandare anche dal carcere e una volta tornato libero all’inizio di quest’anno ha ripreso le redini del mandamento.

Proprio come sette giorni fa con l’operazione che ha portato in carcere i vertici del clan di San Lorenzo a Palermo: i Carabinieri del comando provinciale di Palermo stanno eseguendo un provvedimento di fermo per 11 persone tra vecchi e nuovi capi e gregari nel mandamento di San Mauro Castelverde, regno incontrastato della famiglia Farinella.

Il nonno Giuseppe morto in carcere nel 2017, il figlio Domenico che dal carcere era appena uscito nel 2020 dopo una lunga detenzione e il nipote, anche lui Giuseppe come il nonno, che ha gestito le sorti del mandamento tra le province di Palermo e Messina.

Le persone fermate nell’operazione “Alastra” sono accusate a vario titolo di associazione mafiosa estorsione, trasferimento fraudolento di beni, corruzione, atti persecutori, furto aggravato e danneggiamento in Sicilia, Lombardia e Veneto.

Gli indagati nell’operazione Alastra

Dell’elenco degli indagato nell’operazione Alastra fanno parte Gioacchino Spinnato detto “Iachino”, nato a Tusa (Messina) 68 anni, Giuseppe Farinella 27 anni, nato a Palermo; Domenico Farinella, detto Mico, 60 anni nato a San Mauro Castelverde residente a Voghera (Pavia); Giuseppe Scialabba, 35 anni, nato a Finale di Pollina; Francesco Rizzuto, 51 anni, nato a Palermo, Mario Venturella, 57 anni, nato a Palermo, Antonio Alberti, 46 anni, nato a Castel Lucio, Rosolino Anzalone, 56 anni, nato a Palermo, Vincenzo Cintura, 47 anni, nato a Palermo, Pietro Ippolito, 60 anni,nato a Campofelice di Roccella (Palermo), Giuseppe Antonio Di Maggio, 63 anni, nato a Tusa.

Estorsioni a tappeto e controllo del territorio

Estorsioni a tappeto e controllo capillare delle attività economiche nella zona.

Questo ha messo in luce l’operazione Alastra dei carabinieri, condotta da un pool di magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca.

Gli uomini del clan di San Mauro Castelverde all’indomani dell’operazione “Black Cat” del 2016, avevano serrato le fila e continuato a imporre il proprio potere.

Numerose le estorsioni ai danni dei commercianti locali documentate dai militari, così come l’organizzazione di una efficientissima rete di comunicazione necessaria agli storici capi mafia detenuti per mantenere il comando e continuare a strangolare imprese e società civile.

Le indagini hanno consentito di evidenziare il ruolo ricoperto da Giuseppe Farinella, figlio di Domenico Farinella, boss di cosa nostra all’epoca detenuto a Voghera (Pavia) in regime di alta sicurezza che continuava a comandare dal carcere.

La gestione familiare del clan

Nonostante la giovane età, il figlio ha avuto il compito di coordinare gli altri affiliati, cooperando con uno storico mafioso di Tusa (Messina), Gioacchino Spinnato, che ha gestito i contatti con gli uomini d’onore degli altri mandamenti, fra i quali Filippo Salvatore Bisconti, boss di Belmonte Mezzagno ora collaboratore di giustizia.

Grazie all’attività di indagine e alla fondamentale collaborazione degli imprenditori vessati, sono state ricostruite undici estorsioni, cinque consumate e sei tentate.

Alle vittime era imposto di pagare il pizzo o di acquistare forniture di carne da una macelleria di Finale di Pollina gestita da Giuseppe Scialabba, braccio destro di Giuseppe Farinella.

I tentacoli del mandamento si erano allungati anche sull’organizzazione dell’Oktoberfest del 2018 a Finale di Pollina, quando, per impedire la partecipazione alla sagra di un commerciante che non si era piegato alle imposizioni del clan, gli indagati non avevano esitato a devastargli lo stand.

Le indagini hanno consentito di evidenziare anche la gestione diretta di attività di impresa che, fittiziamente intestate a soggetti incensurati, erano nei fatti amministrate dagli indagati.
Per cercare di non avere problemi con la giustizia Giuseppe Farinella e Giuseppe Scialabba avrebbero intestato a prestanome un centro scommesse di Palermo e una sanitaria di Finale di Pollina, sottoposti a sequestro, del valore di un milione di euro.

Il boss, “qua nessuno si pente, San Mauro come Corleone”

Erano sicuri dell’affidabilità degli uomini del clan i capi del mandamento di San Mauro Castelverde.

Una cosca chiusa e impenetrabile come il fiore Alastra, che dà il nome all’operazione.

“Perché sono i numeri uno. Come loro come tutti quelli che ci sono stati. Compreso mio padre. Qua nessuno si pente compà, San Mauro numero uno, perché mi voglio vantare, San Mauro è Corleone”, dicevano senza sapere di essere intercettati.

I Carabinieri hanno ascoltato “in diretta” le estorsioni messe in atto dal clan.

“Ci vai incazzato, tanto io sono qua non ti preoccupare. Ci servono subito (i soldi, ndr) tanto li ha trovati, ci servono tutti”.

E ancora, “Solo per l’amico, l’amico sono io, ci sono ventimila euro per l’amico. Noi altri ci siamo messi a disposizione. Lui ancora deve dare cinquemila euro. Qua dobbiamo ragionare da uomini. E’ da trent’anni che noialtri siamo con tuo nonno, con tuo zio siamo fianco a fianco”.

E se qualcuno si ribellava il sistema per fargli cambiare idea c’era: “Gli ho dato una testata, così gli ho spaccato il naso – dicevano gli uomini del clan intercettati -. Lui non ha detto niente a nessuno. Tu non l’hai vista la testata?” “L’ho vista, l’ho vista, io tutte cose ho visto e tutte cose vedo io”, risponde un altro.

Da Confcommercio Palermo un plauso alle Forze dell’ordine

“Ringrazio le forze dell’ordine per i risultati ottenuti e per l’impegno con cui fronteggiano quotidianamente il fenomeno della mafia e delle estorsioni. La mafia che si infiltra nell’economia cittadina è un pericolo, un attentato contro l’economia legale e va fermata con l’apporto e il contributo di tutti, ciascuno per il proprio ruolo”.

Lo ha detto Patrizia di Dio, presidente di Confcommercio Palermo, dopo l’operazione Alastra che ha portato all’arresto di undici persone.

“Dopo l’operazione Teneo – ha aggiunto -, ad appena pochi giorni di distanza arriva la notizia di una nuova operazione che ha smantellato il mandamento di San Mauro Castelverde, grazie anche alla collaborazione degli imprenditori vessati da richieste estorsive. Il moltiplicarsi delle denunce di pressioni criminali lascia ben sperare per il futuro: il cammino è ancora lungo ma queste operazioni rappresentano una importante iniezione di fiducia per gli imprenditori e la società civile”.

Nelle Madonie la rivolta degli imprenditori

La mafia considerava le Madonie un territorio sotto il dominio incontrastato delle cosche. Ma stavolta gli imprenditori vessati si sono opposti al racket e hanno dato un contributo decisivo al blitz ordinato dalla Dda di Palermo. Sono almeno quattro i casi di ribellione aperta.

E tra questi c’è anche Francesco Lena, architetto, operatore della ricettività turistica e titolare dell’azienda vinicola Abbazia Santa Anastasia tra Castelbuono e Cefalù che comprende anche un resort.

La travagliata storia dell’imprenditore Lena

La storia di Lena è passata attraverso una serie di lunghe e travagliate vicissitudini giudiziarie che si sono concluse per lui con l’assoluzione dall’accusa di essere un prestanome dei boss Bernardo Provenzano, Salvatore Lo Piccolo e Antonino Rotolo. Gli sono stati anche restituiti i beni sequestrati.

Dalle indagini sul caso del giudice Silvana Saguto, ex presidente delle misure di prevenzione antimafia, è emerso che si stava cercando di avviare la gestione della società di Lena verso un fallimento pilotato.

Lena era stato anche arrestato nel 2008. Ma nel 2018 è stato definitivamente assolto.

Anche la sezione misure di prevenzione alla fine ha avanzato dubbi sulla impostazione delle accuse e ha scritto che “non si capisce in cosa sia consistito lo scambio di favori” tra Lena e i boss.

Con lui sono stati assolti altri due imprenditori, Vincenzo Rizzacasa e Salvatore Sbeglia, pure accusati di essere prestanome di Cosa nostra.

L’azienda dell’imprenditore era stata presa di mira dalla mafia di San Mauro Castelverde tornata a imporre il pizzo sulle attività economiche più cospicue. Ma Lena ha reagito e avrebbe deciso di rialzare la testa collaborando con gli investigatori.

“Le denunce – ha detto il comandante del gruppo carabinieri di Palermo, generale Antonio Guarino – sono un segnale importante: arrivano da operatori che si ribellano alla mafia e al suo tentativo di riprendere il dominio sul territorio”.

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