Mafia, estorsioni in crisi per coronavirus e smartphone? - QdS

Mafia, estorsioni in crisi per coronavirus e smartphone?

Pietro Crisafulli

Mafia, estorsioni in crisi per coronavirus e smartphone?

mercoledì 14 Ottobre 2020 - 00:10
Mafia, estorsioni in crisi per coronavirus e smartphone?

Le intercettazioni e i racconti emersi dall'indagine che ha portato ieri ai fermi a Palermo sembrerebbero confermare quest'ipotesi. "Il gioco non vale la candela… troppo bordello … i cristiani tutti non vogliono pagare …". Il premier Conte, "Andrò a ringraziare commercianti ribellatisi ai clan, con loro l'Italia alza la testa"

“A Palermo alcuni commercianti del quartiere Borgo vecchio hanno combattuto la paura per le estorsioni e la violenza mafiosa con il coraggio della denuncia. Non vedo l’ora di volare a Palermo per incontrarli e ringraziarli uno ad uno. Con loro l’Italia alza la testa”.

Lo ha scritto ieri sera su Facebook il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e la sua dichiarazione segue quelle, di uguale tenore, del sindaco di Palermo Leoluca Orlando, del governatore della Sicilia Nello Musumeci e di molti altri uomini politici che hanno sottolineato la “svolta” antimafia dei commercianti.

Un’operazione che ha colpito l’immaginazione

L’operazione condotta ieri a Palermo dai Carabinieri – che hanno anche loro ringraziato gli imprenditori – ha infatti colpito l’immaginario collettivo.

Fermato per strada da un “esattore” del clan, un commerciante palermitano ha ripreso, di nascosto, con il proprio cellulare la richiesta di pizzo. E all’estortore mostra un foglio con le foto delle vittime della mafia. “Guarda questi sono Falcone e Borsellino, uccisi da Cosa nostra, ti dovresti vergognare”, lo apostrofa.

Estorsioni, settore in crisi

Un gesto impensabile fino a qualche anno fa in un quartiere come Borgo Vecchio, capillarmente controllato dai boss. E’ il segno che ribellarsi è possibile.

L’ultima inchiesta della Dda palermitana, che ieri ha portato al fermo di venti persone, racconta una città diversa, dove dire no al capomafia di turno non è solo un atto di coraggio individuale, ma una scelta collettiva.

Su venti estorsioni scoperte dai carabinieri del Comando Provinciale, quattordici sono stata denunciate spontaneamente dalle vittime. E cinque sono state confermate dai commercianti chiamati a testimoniare in caserma.

Una novità assoluta che arriva a mettere in crisi il sistema mafioso del pizzo, gestito, al Borgo Vecchio, sotto la supervisione del capomafia Angelo Monti, vecchia conoscenza dei pm, in cella fino a tre anni fa.

Il coronavirus e i cellulari tra le cause

Un “settore”, quello delle estorsioni, andato in crisi fors’anche a seguito dell’emergenza coronavirus, oltre che dell’evoluzione tecnologica.

La stretta economica causata dal lockdown avrebbe portato infatti gli imprenditori a essere più determinati e pronti a lottare.

L’estrema diffusione di supporti tecnologici come gli smartphone, come dimostra l’episodio prima raccontato dell’estorsore filmato dal commerciante, consentirebbero di agire con facilità contro gli esponenti dei clan.

D’altra parte già alcune decine d’anni addietro il sistema delle estorsioni era stato fortemente scosso dalla diffusione delle intercettazioni telefoniche: quando esistevano soltanto apparecchi di rete fissa i mafiosi effettuavano “la chiamata” non immaginando che le loro conversazioni sarebbero state registrate.

E finivano in galera.

Rapine più redditizie delle estorsioni

E proprio le intercettazioni che hanno portato al blitz di ieri dimostrano come molti estorsori sono sempre più riottosi a chiedere il denaro e preferiscono altre attività criminali ritenute più sicure e redditizie.

Come le rapine.

Che sarebbero arrivate le denunce, infatti, era nell’aria. Tanto che i clan si erano organizzati con una mappa del quartiere in cui erano indicati gli imprenditori dai quali andare a riscuotere senza timore di conseguenze.

La mappa di chi pagava

“In questa salumeria ci puoi andare. Questo pagava! Mentre da quest’altro no, questo è sbirro”, diceve nelle intercettazioni uno dei fermati.

Da alcune conversazioni registrate, poi, si capisce che alcune vittime, per non pagare, cercavano raccomandazioni.

“Il gioco non vale la candela… troppo bordello … i cristiani tutti non vogliono pagare …”, affermava, intercettato, Giovanni Zimmardi, che insieme a Salvatore Guarino, riscuoteva il pizzo per conto di Giuseppe Gambino.

Nonostante le reazioni di alcune vittime, comunque, il clan continuava a far cassa con le estorsioni.

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