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Mafia: in manette il boss di Belmonte Mezzagno

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Mafia: in manette il boss di Belmonte Mezzagno

mercoledì 15 Gennaio 2020 - 11:42
Mafia: in manette il boss di Belmonte Mezzagno

Francesco Tumminia, da poco tornato in libertà dopo essere stato condannato per associazione mafiosa, è indicato dagli investigatori come il nuovo capo del mandamento. Gestiva il lavoro dei Forestali

Due fermi e due arresti sono stati eseguiti nell’ambito di un’operazione dei Carabinieri contro il clan mafioso locale di Belmonte Mezzagno. Tra i fermati c’è anche il presunto nuovo capo della famiglia mafiosa locale.

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha emesso un fermo di indiziato di delitto nei confronti di due persone ritenute responsabili di associazione mafiosa, che i carabinieri del Comando provinciale di Palermo hanno arrestato nel corso della notte tra martedì e mercoledì. In manette sono finiti Salvatore Francesco Tumminia e l’imprenditore Giuseppe Benigno.

Tumminia, da poco tornato in libertà dopo essere stato condannato per associazione mafiosa a seguito dell’operazione Perseo del 16 dicembre 2008, indicato dagli investigatori come il nuovo capo del mandamento, avrebbe preso il posto di Salvatore Sciarabba e Filippo Bisconti, entrambi arrestati nel dicembre 2018. Secondo gli inquirenti, Tumminia avrebbe assunto il controllo della cosca, gestendo il settore delle estorsioni.

Raggiunto da provvedimento di fermo anche Giuseppe Benigno, sfuggito a un agguato il 2 dicembre scorso. L’imprenditore, nei giorni successivi al plateale tentativo di omicidio ai sui danni, si era dato alla fuga trovando rifugio presso alcuni parenti a Piubega, comune in provincia di Mantova, dove e’ stato rintracciato dai militari e tratto in arresto.

Le indagini delle Forze dell’Ordine hanno documentato come Benigno fosse vicino alla famiglia belmontese che operava in contatto con i vertici del mandamento e della famiglia mafiosa facente capo a Salvatore Francesco Timminia e, prima dell’operazione Cupola 2.0, con Filippo Bisconti.

Contemporaneamente ai due provvedimenti di fermo i militari hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Palermo, nei confronti di altre due persone, già sottoposte agli arresti domiciliari, ritenute responsabili di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Si tratta di Stefano Casella e Antonino Tumminia.

Il boss gestiva il lavoro dei forestali

Francesco Salvatore Tumminia riusciva a gestire il servizio degli operai forestali, favorendo alcuni di loro con turni più agevoli.

“Facendo pressione su alcuni funzionari – dice Gaetano Borgese, comandante della terza sezione del Nucleo Investigativo dei carabinieri – che avevano un ruolo di vertice sul resto dei dipendenti imponeva loro i turni di servizio, la composizione delle squadre, in modo tale che i lavoratori più disponibili e più vicini a lui fossero più favoriti”. Per chi era vicino ai boss quindi venivano riservati i lavori meno duri e una certa libertà per restare a disposizione del capo famiglia.

“Tumminia andava – aggiunge – addirittura al cantiere della Forestale non avendo alcun titolo e imponeva al responsabile ogni suo volere facendo pressioni grazia alla sua posizione di vertice nel sodalizio”.

Mauro Carrozzo, comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Palermo ha detto: “E’ stata la collaborazione di Filippo Bisconti, che generò un cambio nella gestione delle risoluzione delle controversie interne alla famiglia mafiosa di Belmonte. Con la presenza di Bisconti, infatti, a Belmonte non si registravano fatti di sangue. Tutte le controversie, venivano risolte dalla diplomazia criminale. Con l’arresto e la collaborazione del boss c’è stato un cambio tanto che Belmonte Mezzagno è stato teatro di tre gravi fatti di sangue a gennaio l’omicidio Greco a maggio l’omicidio del commercialista Di Liberto e a dicembre il tentato omicidio di Giuseppe Benigno che è stato arrestato con l’accusa di associazione mafiosa”.

Anche se a Tumminia non sono stati contestati gli omicidi o il tentativo di omicidio è evidente, aggiunge Carrozzo, che “questi fatti sono collegati da una matrice mafiosa. E possibile ricondurre gli omicidi e il tentato omicidio a una gestione dell’articolazione mafiosa più violenta rispetto alla reggenza di Bisconti”.

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